0

Commercio, oltre 460mila negozi sfitti in Italia: un buco da 53 miliardi di euro

venerdì, 23 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Sono 460.466 i negozi sfitti in Italia, quasi il 17% dei 2,7 milioni di spazi commerciali presenti sul territorio nazionale. Un fenomeno che pesa sull’economia per circa 53 miliardi di euro e che contribuisce a impoverire il tessuto economico e sociale di città, quartieri e piccoli centri. È quanto emerge dall’ultima indagine di Confcommercio, realizzata in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne e relativa al 2025. La desertificazione commerciale interessa tutto il Paese, ma presenta differenze significative tra territori e categorie merceologiche. A soffrire maggiormente sono le attività di vicinato, mentre la progressiva scomparsa dei negozi comporta anche la perdita di presìdi di sicurezza e vitalità per le comunità.

La ricerca individua nel piccolo commercio alimentare, con il 26,7%, una delle categorie maggiormente interessate dal fenomeno. Seguono il commercio non alimentare, con il 26,1%, e i bar, con il 22,8%.

Tra le attività che stanno progressivamente scomparendo dalla geografia commerciale italiana figurano mercerie, ferramenta e rivendite specializzate in articoli per bambini e neonati. Su queste ultime pesa anche la persistente diminuzione delle nascite. Restano in difficoltà i negozi di abbigliamento e calzature, penalizzati dall’espansione del commercio elettronico. A spiegare le trasformazioni in corso è Mariano Bella, Direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, secondo il quale nel piccolo commercio alimentare e non alimentare esiste un eccesso di offerta rispetto a una domanda modificata dalle nuove abitudini di consumo. A incidere è anche l’e-commerce, che è triplicato mentre i consumi complessivi sono rimasti stabili.

Per quanto riguarda i bar, Bella segnala inoltre che in molti casi si verifica una trasformazione del codice Ateco, con attività che vengono riclassificate come ristoranti. La situazione appare invece meno critica per ipermercati, farmacie, discount alimentari, grandi magazzini e supermercati, che registrano percentuali di locali sfitti inferiori alla media nazionale.

Divario territoriale

La desertificazione commerciale mostra un’evidente differenza tra Nord e Sud. Nel Mezzogiorno la quota di negozi sfitti sfiora il 21%, mentre nel Nord-Ovest si attesta al 13,6%. Secondo l’analisi, tra i fattori che contribuiscono a spiegare il fenomeno nelle regioni meridionali figura anche la carenza di nuove assunzioni nella Pubblica Amministrazione, che nel corso degli anni ha spinto molte persone verso l’autoimprenditorialità. Una dinamica che, in diversi casi, ha contribuito ad ampliare l’offerta commerciale oltre le effettive capacità della domanda.

Il divario emerge anche confrontando le diverse tipologie di territorio. Nelle aree rurali, interessate da un progressivo spopolamento e da una perdita di attrattività, i negozi sfitti raggiungono il 24,3% del totale. Nelle grandi città, invece, la percentuale si ferma al 12,4%.

L’indagine quantifica anche le conseguenze economiche della chiusura delle attività commerciali. Nel periodo compreso tra il 2012 e il 2023, la durata media dello sfitto è stata di circa 7,2 anni. Considerando un canone medio di locazione di circa 16mila euro annui per negozio, sulla base dei valori Omi aggiornati al 2025, ogni locale inutilizzato determina una perdita stimata di circa 116mila euro nell’arco del periodo considerato.

Applicando questo valore al numero complessivo degli immobili commerciali sfitti, Confcommercio stima una perdita per il sistema economico nazionale di circa 53 miliardi di euro. Il dato corrisponde a una media di 4,4 miliardi all’anno, pari, ai valori attuali, allo 0,2% del Pil.

L’appello di Sangalli

Di fronte ai risultati dell’indagine il Presidente di Confcommercio Carlo Sangalli richiama l’attenzione del Governo sulla necessità di intervenire per contrastare il progressivo svuotamento commerciale dei territori: “Quasi mezzo milione di locali sfitti, piccoli comuni e borghi senza servizi essenziali come alimentari, edicole e farmacie”, osserva Sangalli.

Da qui la richiesta di destinare risorse adeguate ai Comuni per realizzare piani di sostegno alle economie di prossimità. L’obiettivo è favorire la riapertura dei locali vuoti, incentivare la nascita di nuove attività e restituire vitalità alle comunità.

Il commercio di prossimità come presidio sociale e di sicurezza

Accanto alle ricadute economiche, Confcommercio sottolinea il ruolo sociale delle attività commerciali, considerate elementi importanti per la qualità della vita e la sicurezza urbana. Per Paolo Testa, responsabile del settore Urbanistica e Rigenerazione Urbana di Confcommercio, la priorità è intervenire sulla domanda, creando le condizioni per sostenere le attività di vicinato: “Dobbiamo lavorare tutti per rigenerare la domanda”, afferma Testa, ricordando che un’attività economica di prossimità rappresenta anche un’infrastruttura civica, capace di contribuire alla sicurezza delle città.

Redazione

Redazione

“La Discussione” è una testata giornalistica italiana fondata nel 1953 da Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori dell’Italia moderna e leader di spicco nella storia politica del nostro paese.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Uguali per Costituzione”. Ma con tante difficoltà

Non spera e nemmeno auspica, Ernesto Maria Ruffini ha fede. Da servitore…

“Tassi, serve prudenza”: l’avviso della Banca d’Italia

“La politica monetaria deve essere bilanciata”. Sono state parole chiare…