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Iran, la potenza che ha paura del proprio popolo

venerdì, 11 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Può una potenza regionale avere paura di due ragazze? La domanda attraversa la drammatica vicenda di Taraneh e Romina Rahimi, sorelle gemelle iraniane condannate alla pena di morte e a venticinque anni di carcere dopo avere partecipato alle proteste contro il regime. Ma riguarda qualcosa che va oltre il loro destino: la natura del potere iraniano e una contraddizione che segna la posizione di Teheran nello scenario mediorientale. L’Iran è un attore centrale negli equilibri del Medio Oriente, capace di proiettare influenza oltre i propri confini. Eppure, è anche un Paese nel quale il dissenso viene percepito come una minaccia esistenziale.

È nella distanza tra forza esterna e fragilità interna che si colloca la storia delle due gemelle. Secondo le ricostruzioni della famiglia e della stampa internazionale, Taraneh e Romina avevano diciannove anni quando parteciparono alle manifestazioni di gennaio a Isfahan. Furono arrestate e rimasero per mesi senza contatti con i familiari. Quando la madre riuscì a rivederle, erano segnate dalle violenze subite durante la detenzione. Oggi una attende l’esecuzione, l’altra venticinque anni di carcere. Una vicenda individuale, ma anche un fatto politico. Perché il modo in cui uno Stato tratta i propri cittadini racconta molto della sua reale stabilità.

La forza e la paura

Teheran condiziona gli equilibri che coinvolgono Israele, Stati Uniti e monarchie del Golfo. Ma ogni potenza ha una dimensione interna. Può disporre di arsenali e apparati di sicurezza e condizionare crisi internazionali. Se però deve reprimere i propri cittadini per impedire il dissenso, quella forza rivela un limite. La storia delle gemelle Rahimi assume così un valore simbolico. Non perché due ragazze possano mettere in discussione da sole un sistema, ma perché il potere ha scelto di trattarle come se potessero farlo.

Quando il dissenso diventa un nemico

È una caratteristica dei sistemi autoritari: trasformare l’opposizione in una minaccia alla sicurezza dello Stato. La protesta diventa un attacco all’ordine politico e chi dissente non è più un interlocutore, ma un nemico. L’Iran è stato attraversato negli ultimi anni da proteste che hanno coinvolto soprattutto giovani e donne. Arresti, processi e condanne diventano messaggi rivolti all’intera popolazione. La repressione mostra il suo doppio volto: rappresenta la capacità di esercitare il controllo, ma anche la necessità di ricorrere alla paura quando il consenso non è più sufficiente. Un sistema può sopravvivere attraverso la coercizione, ma resta strutturalmente fragile.

Il fattore interno della geopolitica

La vicenda iraniana impone una riflessione più ampia. Troppo spesso la geopolitica separa interessi strategici e condizione interna degli Stati: da una parte energia, arsenali e alleanze; dall’altra i diritti umani, confinati nella dimensione morale. Ma questa separazione è sempre meno realistica. La stabilità interna è una componente della potenza. Il rapporto tra istituzioni e cittadini condiziona la capacità di affrontare le crisi. Ed è qui che si apre la questione europea. L’Iran non è un dossier lontano. Dalla sicurezza del Mediterraneo e del Medio Oriente alle rotte energetiche e alla questione nucleare, ogni crisi che coinvolge Teheran produce conseguenze dirette per l’Europa. Il dialogo resta necessario quando lo impongono gli interessi della sicurezza internazionale. Ma il realismo non può trasformarsi in indifferenza. L’Europa non può considerare la repressione interna iraniana una variabile secondaria rispetto alla stabilità regionale. È questo il punto geopolitico centrale: non esiste una stabilità esterna duratura costruita sull’instabilità permanente all’interno. Ignorare la frattura tra il regime e una parte della società iraniana significherebbe leggere solo metà del problema. La storia di Taraneh e Romina Rahimi non è dunque soltanto una storia di repressione. È la rappresentazione di una contraddizione più ampia. L’Iran vuole essere riconosciuto come una potenza capace di determinare gli equilibri regionali. Ma nessuna potenza è davvero invulnerabile quando considera la libertà dei propri cittadini una minaccia.

“La forza può imporre il silenzio. Non può trasformarlo in consenso.”

Ed è forse questa la vera debolezza del potere iraniano: mentre cerca di dimostrare al mondo la propria capacità di resistere, continua a combattere dentro i propri confini contro una parte della società. Perché uno Stato può avere paura dei suoi nemici. È nella natura della politica. Ma quando comincia ad avere paura dei propri figli, allora è la forza stessa del potere a essere messa in discussione.

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