Le risorse non possono valere più delle persone
Il Congo aggiunge una questione destinata a pesare sempre di più: la competizione per le risorse strategiche. Cobalto, rame, coltan, oro. Materie prime decisive per la tecnologia e la transizione energetica globale. Ed è qui che l’Europa deve guardarsi allo specchio. Non basta parlare di approvvigionamenti sicuri e autonomia strategica. Se la sicurezza delle risorse viene separata dalla sicurezza delle persone, rischiamo di ripetere una vecchia storia con parole nuove: un Paese indispensabile al futuro del mondo, mentre chi vive sopra le sue ricchezze continua a pagarne il prezzo. La pace non può diventare il prezzo dell’accesso alle risorse.
La lezione di Mukwege
È qui che la voce di Mukwege diventa universale. Da medico di Panzi, ha curato donne sopravvissute alla violenza sessuale usata come arma di guerra. La sua battaglia parte da una verità semplice: non esiste pace se il corpo delle vittime rimane il luogo sul quale la guerra continua dopo la fine degli spari. Ricordare Kasika non significa restare prigionieri del passato. Significa impedire che il passato diventi un manuale per il futuro. Il Rapporto Mapping dell’ONU ha documentato le gravissime violazioni commesse nella Repubblica Democratica del Congo tra il 1993 e il 2003. Ma documentare non basta. Se la memoria non diventa giustizia, rischia di trasformarsi in una cerimonia senza conseguenze. E l’impunità è sempre un messaggio rivolto al futuro.
Il vero banco di prova dell’Europa
Il Congo non è lontano dall’Europa. Riguarda la nostra politica estera, la sicurezza, l’energia, l’industria e la credibilità internazionale. L’Europa può limitarsi a osservare la competizione delle grandi potenze per l’Africa oppure può proporre un modello diverso: partnership fondate sulla sicurezza, sullo sviluppo e sul diritto. Abbiamo bisogno di diplomazia, ma di una diplomazia che non confonda il silenzio delle armi con la pace. Abbiamo bisogno di giustizia, non come vendetta, ma come condizione della riconciliazione. Kasika ci consegna una verità che vale per il Congo, per l’Ucraina, per il Sudan, per il Sahel e per ogni luogo nel quale una popolazione rischia di essere sacrificata agli equilibri geopolitici: la pace senza giustizia può fermare una guerra, ma difficilmente impedisce che ne cominci un’altra. Ventotto anni dopo Kasika, la domanda non è soltanto come fermare la prossima guerra. È quale ordine internazionale vogliamo costruire perché le vittime non siano più il costo invisibile della pace.
(Seconda parte)
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