Una piccola quantità di urina del mattino potrebbe aiutare a distinguere le forme più aggressive di tumore della prostata da quelle che possono essere soltanto monitorate. È la prospettiva aperta da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica internazionale The Journal of Liquid Biopsy, organo ufficiale della Società Internazionale di Biopsia Liquida. La ricerca, condotta su 35 uomini con sospetta neoplasia prostatica, ha individuato alcune famiglie batteriche più frequenti nei tumori di grado elevato. I risultati sono ancora preliminari, ma potrebbero contribuire allo sviluppo di nuovi strumenti diagnostici meno invasivi. Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nella popolazione maschile. Attualmente il percorso diagnostico si basa sul dosaggio del PSA, sulla risonanza magnetica e, quando necessario, sulla biopsia. Un sistema efficace, che può tuttavia comportare procedure invasive anche per pazienti con forme poco aggressive.
Una delle principali sfide dell’urologia oncologica consiste proprio nell’identificare precocemente i tumori che richiedono un trattamento, distinguendoli da quelli per i quali è sufficiente il monitoraggio.
In questo contesto si inserisce la cosiddetta biopsia liquida, che permette di ricavare informazioni sulla malattia attraverso campioni biologici facilmente accessibili, come sangue e urine. Al centro dell’indagine c’è il microbioma urinario, l’insieme dei microrganismi presenti nelle vie urinarie, il cui possibile rapporto con il carcinoma prostatico suscita un crescente interesse scientifico.
I primi risultati su 35 pazienti
Per la prima volta in questo ambito, i ricercatori hanno utilizzato una tecnologia capace di rilevare, attraverso un’unica analisi, tracce genetiche riconducibili a migliaia di batteri, virus, funghi e parassiti. Il gruppo di lavoro ha sviluppato un protocollo semplice e ripetibile, che prevede la raccolta autonoma di una piccola quantità di urina del mattino, senza ricorrere a procedure invasive.
Lo studio ha finora coinvolto 35 uomini seguiti all’Ospedale di Biella, nei quali la risonanza magnetica aveva evidenziato un sospetto tumore prostatico. La successiva biopsia ha confermato la diagnosi in 19 casi. Le analisi hanno rilevato alcune famiglie batteriche maggiormente presenti nelle neoplasie di grado più elevato, oltre a microrganismi individuati indipendentemente dall’esito dell’esame istologico.
Gli stessi autori sottolineano la necessità di verificare questi risultati su un numero più ampio di pazienti. Le evidenze raccolte costituiscono una base metodologica per ulteriori studi su possibili marcatori delle forme più aggressive.
La collaborazione tra Italia e Stati Uniti
La ricerca nasce dalla collaborazione tra la Struttura Complessa di Urologia dell’Ospedale di Biella, diretta da Stefano Zaramella, la Radiologia dell’Asl di Biella, guidata da Valeria Malfitana, il Laboratorio di Genomica della Fondazione Edo ed Elvo Tempia, coordinato da Giovanna Chiorino, e la Perelman School of Medicine dell’Università della Pennsylvania, negli Stati Uniti. Il progetto rientra in un programma scientifico più ampio coordinato dal Laboratorio di Genomica della Fondazione Tempia.
Le attività proseguiranno anche con il contributo del Clinical Trial Center dell’Asl BI, che si occupa della raccolta dei dati, della verifica della loro accuratezza e della gestione degli aspetti regolatori.
Biella terzo centro piemontese per interventi
L’attività scientifica si affianca a quella clinica dell’Urologia dell’Ospedale di Biella, che dispone di una risonanza magnetica dedicata alla diagnosi del tumore prostatico, della chirurgia mininvasiva robotica e di un percorso di riabilitazione postoperatoria. Gli elevati volumi di attività e gli standard assistenziali richiamano pazienti anche da fuori provincia. La struttura occupa il terzo posto in Piemonte per numero di interventi chirurgici per carcinoma della prostata.





