Durante un intervento in Parlamento, la premier giapponese Sanae Takaichi ha respinto con decisione le critiche secondo cui sarebbe contemporaneamente responsabile dell’indebolimento dello yen e della crescita dei tassi d’interesse. Due fenomeni che stanno segnando una fase delicata per la terza economia mondiale e che rischiano di incidere sul potere d’acquisto delle famiglie e sulla fiducia degli investitori.
La questione nasce da una serie di sviluppi che negli ultimi mesi hanno attirato l’attenzione dei mercati internazionali. Da una parte lo yen è sceso ai livelli più bassi degli ultimi decenni rispetto al dollaro, una situazione che ha favorito le esportazioni giapponesi rendendo più competitivi i prodotti nazionali sui mercati esteri. Dall’altra, il progressivo ritorno a condizioni monetarie più normali dopo anni di politiche ultra-espansive ha spinto verso l’alto i rendimenti dei titoli di Stato, con conseguenze sui costi di finanziamento del debito pubblico.
Per molti Paesi una moneta debole rappresenterebbe un problema quasi esclusivamente negativo. In Giappone il quadro è più complesso. Le grandi aziende esportatrici beneficiano infatti di un cambio favorevole, mentre i consumatori e le imprese che dipendono dalle importazioni devono fare i conti con costi più elevati. Il risultato è un equilibrio difficile da gestire, nel quale ogni movimento della valuta produce vincitori e sconfitti.
Takaichi sostiene che l’obiettivo del governo non sia inseguire uno specifico livello dello yen, bensì rafforzare l’economia nazionale nel suo complesso. Una crescita più robusta, secondo l’esecutivo, dovrebbe tradursi in una maggiore fiducia nella moneta giapponese e contribuire a stabilizzare i mercati senza interventi straordinari.
Al centro del dibattito c’è anche la politica fiscale. Il governo ha annunciato misure di sostegno all’economia e riduzioni fiscali in alcuni settori, alimentando il sospetto che possa rendersi necessaria una maggiore emissione di titoli di Stato. Per Takaichi la sfida è ora dimostrare che un’economia più forte può convivere con una valuta credibile e con conti pubblici sotto controllo. Per i mercati, invece, saranno i risultati a parlare più delle dichiarazioni.





