A otto giorni dalle elezioni israeliane del 27 ottobre, Benny Gantz annuncia il ritiro dalla competizione elettorale. Il leader del partito centrista Blu e Bianco ha dichiarato che non si candiderà, rivendicando la necessità di lavorare per l’unità nazionale. La decisione arriva dopo settimane di sondaggi negativi, che indicavano il rischio per la sua formazione di non superare la soglia di sbarramento del 3,25% necessaria per entrare alla Knesset.
La scelta è stata accolta positivamente da diversi esponenti dell’opposizione, preoccupati che la dispersione dei voti potesse favorire il blocco vicino al premier Benjamin Netanyahu. Gadi Eisenkot, Yair Lapid e Yair Golan hanno definito il ritiro una decisione responsabile, nell’interesse del cosiddetto blocco del cambiamento. Anche il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha invitato i partiti di destra in difficoltà nei sondaggi a valutare un passo analogo, per evitare di compromettere le possibilità della propria area politica.
Il voto si svolge in un quadro di forte tensione interna e regionale. Le Forze di difesa israeliane (Idf) sono state poste in stato di massima allerta, con la revoca dei permessi ai militari a partire da giovedì e il rafforzamento del dispositivo in Cisgiordania. L’obiettivo dichiarato è garantire lo svolgimento delle elezioni in sicurezza, mentre restano aperti diversi fronti di crisi.
Cisgiordania, dieci arresti per le violenze
La polizia israeliana ha confermato l’arresto di dieci persone sospettate di essere coinvolte negli episodi di violenza del fine settimana in Cisgiordania. Tra gli obiettivi degli attacchi figurano la fotografa del Washington Post Heidi Levine e alcuni diplomatici europei. Le operazioni sono state condotte congiuntamente dalla polizia, dalle Idf e dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna israeliano.
Le violenze si inseriscono in un contesto di crescenti tensioni nei territori occupati. In un episodio distinto, un gruppo di palestinesi ha lanciato pietre contro l’auto di Peler Hassan-Nahum, candidata del partito Yisrael Beytenu, durante una visita elettorale nei pressi di Ramallah. L’attacco ha provocato il ferimento lieve di alcuni partecipanti.
Gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno inoltre denunciato nuove minacce contro gli agricoltori palestinesi durante la raccolta delle olive. Secondo il loro comunicato, ordini militari israeliani emessi a settembre prevedono la rimozione della vegetazione da circa 339.000 metri quadrati di terreni agricoli, comprese aree coltivate a ulivi.
Teheran avverte Washington, Mosca offre la mediazione
Sul fronte regionale, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato Stati Uniti e Israele di essere la principale fonte di insicurezza in Medio Oriente, con particolare riferimento al Golfo Persico e allo Stretto di Hormuz. Parlando a Teheran insieme al ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, Araghchi ha messo in guardia Washington contro una nuova azione militare, sostenendo che Benjamin Netanyahu starebbe spingendo gli Stati Uniti verso un altro conflitto.
Da parte iraniana è arrivato anche l’avvertimento che un’eventuale ripresa della guerra potrebbe trasformarsi in un conflitto regionale, con conseguenze sulle infrastrutture e sui mercati energetici. Il portavoce delle Guardie rivoluzionarie, Hossein Mohebi, ha minacciato una risposta più dura a un eventuale attacco americano.
Lavrov ha ribadito la disponibilità di Mosca a favorire una soluzione negoziata tra Washington e Teheran. Intanto, secondo il quotidiano qatariota Al-Araby Al-Jadeed, i mediatori di Qatar e Pakistan starebbero riducendo le distanze tra le parti e una svolta nei negoziati potrebbe arrivare nel corso della settimana. Le fonti citate dal giornale escludono, al momento, un’imminente escalation militare.
La diplomazia resta tuttavia condizionata dalle reciproche minacce e dall’incertezza sulle prospettive di un accordo. Sullo sfondo, la crisi dello Stretto di Hormuz e il rischio di una nuova guerra continuano a rappresentare fattori di instabilità per l’intera regione.
Yemen, almeno 50 morti in un attacco Houthi
La tensione coinvolge anche la penisola arabica. È salito ad almeno 50 morti il bilancio dell’attacco missilistico condotto dagli Houthi contro il campo militare di al-Alam, nella provincia yemenita di Shabwa, dove erano presenti militari delle forze governative. Intanto, gli abitanti di Riad hanno ricevuto un’allerta per una possibile minaccia aerea, in una fase di intensificazione delle azioni dei ribelli contro l’Arabia Saudita.
Un nuovo fronte di rischio che conferma come la crisi mediorientale resti legata a più teatri operativi. Le elezioni israeliane si terranno dunque in un contesto in cui le dinamiche politiche interne, il confronto con l’Iran e la sicurezza regionale risultano sempre più interconnessi.





