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Papa Leone XIV
Papa Leone XIV

Papa Leone, la diplomazia del coraggio contro la spirale delle guerre

Violenze nelle piazze e slogan contro Stati Uniti e Israele, ma la protesta studentesca dimentica i valori dell’Occidente democratico. Il silenzio sulle repressioni dei regimi è una contraddizione che non va ignorata
domenica, 18 Ottobre 2026
3 minuti di lettura

La lezione del Pontefice non riguarda soltanto Mosca e Kiev, ma anche le nostre società con la possibilità di impedire che gli orrori dei conflitti diventi l’unico futuro davanti a noi

Ci sono momenti in cui la società sembra smarrire le parole, la diplomazia arretra e la guerra diventa l’unico linguaggio riconosciuto dai contendenti. In questo contesto si colloca il colloquio telefonico di Papa Leone con Vladimir Putin, incentrato sulla questione degli aiuti umanitari per Oleshky, nella regione ucraina di Kherson, sottoposta alla pressione delle forze russe.

Non è soltanto una telefonata, né un semplice passaggio nelle relazioni tra il Vaticano e Mosca. È la conferma di una scelta diplomatica che la Santa Sede continua a perseguire: mantenere aperti i canali di comunicazione anche quando il confronto appare impossibile.

La pace non nasce dalla rimozione delle responsabilità, ma dalla capacità di riconoscerle e di costruire le condizioni perché le armi tacciano. L’impegno umanitario diventa così una porta attraverso cui tentare di riaprire una prospettiva politica. Perché ogni città assediata, ogni civile privato di assistenza, ogni vita spezzata ricorda che dietro le strategie militari esistono persone che pagano il prezzo più alto.

Il prezzo di un conflitto senza fine

La guerra in Ucraina ha già prodotto conseguenze che vanno ben oltre i confini del Paese invaso. Le economie europee hanno subito contraccolpi, mentre l’instabilità internazionale alimenta nuove tensioni energetiche, commerciali e politiche. E il rischio è che il conflitto, invece di avvicinarsi a una soluzione, continui ad allargare il proprio raggio d’azione, trascinando altri Paesi in una spirale sempre più difficile da fermare.

Le armi non bastano a costruire la pace

La Russia resta responsabile dell’invasione dell’Ucraina. Ma riconoscere chi ha aggredito non significa illudersi che l’escalation militare, gli attacchi alle infrastrutture e i raid contro depositi e raffinerie russi possano, da soli, garantire la fine della guerra. La resistenza ucraina è una risposta a un’aggressione, ma la vittoria militare non coincide automaticamente con una pace duratura. E ogni giorno di combattimenti aggiunge lutti, distruzione e nuove ragioni di odio.

L’escalation dei conflitti globali

Intanto, le crisi si moltiplicano: dal Medio Oriente alle tensioni con l’Iran e gli Houthi, le minacce alla navigazione commerciale dimostrano quanto siano fragili gli equilibri mondiali. La guerra non è più un fatto isolato, ma una rete di conflitti che rischiano di alimentarsi reciprocamente.

Ecco perché la scelta di Papa Leone ha un significato che supera i confini della diplomazia religiosa. Cercare un incontro non significa arrendersi all’aggressore, ma impedire che la guerra diventi una condizione permanente.

Il dissenso è un diritto, la violenza no

È qui che si apre una seconda questione, apparentemente distante ma in realtà legata allo stesso smarrimento dei valori: le manifestazioni studentesche che, in diverse città italiane, hanno visto episodi di violenza, attacchi alle forze dell’ordine e gesti ostili nei confronti degli Stati Uniti e di Israele.

Protestare è un diritto. Chiedere più risorse per la scuola, università accessibili, opportunità per i giovani e un futuro meno precario è non soltanto legittimo, ma necessario. Ma esiste una differenza profonda tra contestare il potere e trasformare la piazza in un luogo di intimidazione, violenza e delegittimazione delle istituzioni.

Bandiere bruciate e odio

Bruciare bandiere americane e israeliane, aggredire simbolicamente le istituzioni, imbrattare con vernice rossa il volto del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara: sono gesti che non possono essere liquidati come semplice manifestazione. Quando la protesta assume questi connotati, il rischio è che il dissenso smarrisca la propria ragione democratica e diventi una rappresentazione ideologica.

La contraddizione è evidente. Si rivendicano libertà e diritti nelle piazze di un Paese democratico, ma si dimentica che proprio quelle libertà consentono di manifestare, criticare il governo, cambiare i propri rappresentanti attraverso il voto e denunciare gli abusi senza essere perseguitati per le proprie opinioni.

L’indignazione, due pesi e due misure

Dov’è la stessa indignazione quando a essere colpiti sono i giovani che vivono sotto regimi autoritari? Dov’è la mobilitazione quando donne e uomini rischiano il carcere, la tortura o la morte per aver espresso un pensiero contrario al potere? L’Iran, con la repressione del dissenso e delle proteste, rappresenta una delle realtà che interrogano più duramente la coscienza internazionale.

La vicenda di una giovane iraniana che rischia la condanna a morte per le proprie parole, se confermata nelle circostanze riferite, dovrebbe suscitare una solidarietà senza riserve.

Critica all’Occidente, regimi assolti

L’Occidente democratico non è immune da errori e contraddizioni. La sua forza, tuttavia, risiede nella possibilità di denunciarli, correggerli e cambiare governo senza ricorrere alla violenza. Difendere questa possibilità non significa approvare ogni scelta americana o israeliana, ma riconoscere il valore delle libertà che rendono possibile il dissenso stesso.

Scegliere la responsabilità

La lezione di Papa Leone riguarda dunque non soltanto Mosca e Kiev, ma anche le nostre società. La pace internazionale e la convivenza civile nascono dalla stessa consapevolezza: nessuna causa giustifica la disumanizzazione dell’avversario.

La pace non è una resa, il dialogo non è complicità e la libertà non può essere difesa soltanto quando fa comodo. È da questa coerenza che può nascere una speranza concreta: non la promessa illusoria di un mondo senza conflitti, ma la possibilità di impedire che la guerra diventi l’unico futuro davanti a noi.

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