Nel 2025 l’Italia ha registrato il nuovo minimo storico delle nascite dal secondo dopoguerra. I bambini venuti al mondo sono stati 355mila, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, il livello più basso mai rilevato. Ma dietro il crollo della natalità, secondo il dossier ‘Natalità 2026: Volere o Potere’, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat, non c’è una rinuncia collettiva alla genitorialità: il problema è il divario sempre più ampio tra il desiderio di avere figli e la possibilità concreta di realizzarlo.
Il rapporto ha fotografato un Paese che invecchia, perde popolazione e fatica a immaginare il proprio futuro. Nel 2025 i decessi hanno raggiuntoquota 652mila, quasi il doppio delle nascite, con un saldo naturale negativo di 297mila persone in un solo anno. Un calo che è equivalso, secondo il dossier, alla scomparsa della popolazione di una grande città e che produce effetti concreti sul tessuto sociale: meno iscritti nelle scuole, comunità che si riducono, servizi sempre più difficili da sostenere.
Il nodo centrale, secondo lo studio, non è l’assenza di un progetto familiare. Tra le persone in età feconda oltre 10,5 milioni hanno dichiarato di non voler avere altri figli, ma il 62,2% di loro ha detto di avervi rinunciato a causa di ostacoli economici, lavorativi o sociali. Solo il 32% ha spiegato di avere già raggiunto il numero di figli desiderato, mentre appena il 5,5% ha detto che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita. Per la Fondazione, dunque, la denatalità italiana “non è figlia dell’indifferenza”, bensì delle circostanze che impediscono di trasformare un desiderio in una scelta concreta.
Prospettive di fecondità
Il divario tra intenzioni e realtà è emerso anche dai dati sulle prospettive di fecondità. Nel 2024 le donne che dichiaravano di voler avere un figlio nei tre anni successivi avrebbero generato, secondo le stime, circa 760mila nascite l’anno, oltre il doppio di quelle effettivamente registrate nel 2025. Per il dossier esiste quindi un “Paese sommerso” che vorrebbe crescere ma si scontra con precarietà, incertezza e difficoltà economiche. Le ragioni della rinuncia sono soprattutto economiche.
Circa 2,8 milioni di persone hanno indicato le difficoltà lavorative e finanziarie come principale ostacolo alla nascita di un figlio, mentre oltre la metà ha detto di temere un peggioramento della propria situazione economica nei tre anni successivi alla nascita. Il dossier ha descritto una condizione nella quale il desiderio di diventare genitori viene continuamente confrontato con la sostenibilità economica della famiglia.
A pesare è anche il divario di genere. Quasi una donna su due, il 49,9%, ha detto di temere conseguenze negative sul lavoro dopo la nascita di un figlio, contro il 24% degli uomini. A questo si è aggiunto il peso dell’assistenza familiare: oltre tre milioni di donne sono risultate inattive per motivi familiari, a fronte di 151mila uomini, con un rapporto di uno a ventuno. La difficoltà di conciliare occupazione, maternità e cura dei familiari anziani continua così a rappresentare uno dei principali freni alla natalità.
Invecchiamento della popolazione
Il rapporto richiama inoltre l’attenzione sul progressivo invecchiamento della popolazione. L’Italia vanta una delle aspettative di vita più elevate, pari a 83,4 anni, superiore sia alla media dell’Unione europea sia a quella degli Stati Uniti. Un dato positivo che, però, rischia di mettere sotto pressione il sistema di welfare se non sarà accompagnato da un’inversione della tendenza demografica, con sempre meno giovani chiamati a sostenere una popolazione anziana in costante crescita.
L’analisi ha evidenziato infine come il rinvio della maternità e della paternità abbia effetti permanenti. Secondo uno studio longitudinale dell’Istat richiamato nel dossier, soltanto il 42,8% delle donne che nel 2016 dichiaravano di volere con certezza un figlio nei tre anni successivi è riuscito effettivamente ad averlo. Un risultato che, secondo gli autori, conferma come il problema non sia la mancanza di volontà, ma la difficoltà di trasformare le intenzioni in realtà in un contesto caratterizzato da precarietà economica, lavorativa e sociale.





