Siamo abituati a osservare le guerre in Ucraina e in Medio Oriente come crisi separate, generate da dinamiche locali. Una lettura geopolitica suggerisce invece una prospettiva diversa: questi conflitti rappresentano differenti fronti di una medesima competizione sistemica, quella tra il mantenimento dell’egemonia americana e l’emergere di un ordine internazionale multipolare, il cui principale sfidante è la Cina.
Questa interpretazione si colloca nel solco del realismo politico. John Mearsheimer sostiene che le grandi potenze agiscono anzitutto per impedire l’ascesa di rivali regionali o globali, mentre Graham Allison richiama il rischio della “trappola di Tucidide”, ovvero la tendenza storica allo scontro tra una potenza dominante e una emergente. Robert Gilpin ha inoltre descritto le guerre egemoniche come il risultato della crescita di una potenza revisionista capace di modificare gli equilibri internazionali, mentre Henry Kissinger ha osservato come ogni ordine internazionale entri in crisi quando la distribuzione della potenza non coincide più con la sua architettura politica.
Il conflitto ucraino si inserisce chiaramente nella strategia americana di contenimento della Russia. Washington ha affidato agli alleati europei gran parte dell’onere economico e militare del sostegno a Kiev, mantenendo però la direzione politico-strategica del confronto. L’obiettivo non è soltanto difendere l’Ucraina, ma ridurre nel lungo periodo la capacità russa di proiettare potenza, come dimostrano anche la perdita d’influenza di Mosca in Siria e Armenia. Non sorprende che molte direttrici coincidano con quelle delineate dal rapporto RAND Extending Russia (2019).
Tuttavia, l’indebolimento della Russia ha prodotto anche un effetto opposto rispetto agli interessi americani. Come aveva intuito già Zbigniew Brzezinski, il vero rischio per Washington è la saldatura strategica tra Mosca e Pechino. La guerra ha effettivamente ridotto parte della capacità russa, ma ha anche accelerato la dipendenza economica, energetica e tecnologica della Russia dalla Cina, rafforzando un asse euroasiatico che rappresenta una delle principali sfide alla strategia americana.
Diverso, ma complementare, è il caso dell’Iran. L’intervento americano appare privo di una chiara strategia conclusiva, ma sarebbe riduttivo interpretarlo esclusivamente in una logica medio Orientale. Senza disconoscere l’ errore di calcolo strategico, l’ Iran non è solo un antagonista di Israele o un vecchio nemico. È anche fondamentale in un’ ottica di strangolamento energetico della Cina e porta di accesso all’ Africa.
Ciò non significa che gli Stati Uniti si trovino in una posizione di forza incontrastata. Il conflitto iraniano ha evidenziato un progressivo logoramento del soft power americano, difficoltà nella produzione industriale di armamenti e crescenti tensioni nella gestione simultanea di più teatri operativi. Paul Kennedy ha definito questa dinamica imperial overstretch: il rischio che una grande potenza disperda le proprie risorse su fronti troppo estesi, compromettendo la sostenibilità della propria egemonia.
Eppure sarebbe prematuro parlare di declino inevitabile. Studiosi come Hal Brands e Michael Beckley sostengono che proprio quando una potenza percepisce la riduzione del proprio vantaggio relativo tende a diventare più assertiva nel tentativo di preservare il proprio primato. In questa prospettiva, il contenimento della Russia, il controllo del Medio Oriente e il rafforzamento delle alleanze nell’Indo-Pacifico appaiono come elementi di una medesima strategia diretta a rallentare l’ascesa della Cina.
L’esito di questa “grande guerra” rimane tutt’altro che scontato. Le transizioni egemoniche sono storicamente caratterizzate da elevata instabilità e nessuna potenza è in grado di controllarne pienamente gli effetti. Ciò che appare essenziale comprendere è che gli eventi contemporanei non costituiscono crisi indipendenti, ma le manifestazioni di un’unica competizione sistemica. Gli Stati Uniti non hanno accettato una logica multipolare; al contrario, continuano a riflettere la propria sicurezza su scala globale, cercando di preservare la centralità strategica dell’ordine internazionale costruito dopo il 1945. A tal fine, lo stato di eccezione costituito dalla guerra diviene il presupposto indefettibile affinché un ordine internazionale multipolare non si affermi. In questa prospettiva, l’eccezione tende a sostituire la normalità anche nei rapporti internazionali, subordinando progressivamente il diritto alle esigenze della decisione strategica.





