Aprire i social per un rapido controllo può trasformarsi in pochi minuti in un’immersione in un bollettino di guerra. Crisi globali, incidenti, emergenze dell’ultima ora, il flusso delle notizie negative sembra non avere fine. E rimanere incollati allo schermo non è più semplice curiosità, ma un riflesso automatico, frutto di una specie di ipnosi digitale. Questo “sport estremo” della mente ha un nome preciso: doomscrolling. Nato dalla fusione tra doom (catastrofe, rovina) e scrolling (lo scorrere continuo dei contenuti), identifica l’impulso a consumare grandi quantità di cattive notizie, continuando a navigare anche quando ansia e malessere iniziano a farsi sentire.
La molla che fa scattare questa trappola è legata alla nostra evoluzione. Il cervello umano ha un “radar” naturale per i pericoli. E se per i nostri antenati intercettare una minaccia prima degli altri significava letteralmente salvarsi la vita, oggi il meccanismo di conservazione che si attiva è il medesimo seppur in un contesto diverso. Non dobbiamo difenderci da predatori, ma da crisi lontane, che però sono emotivamente vicine. Il risultato è una mente perennemente in modalità “allerta massima”, anche sul divano di casa.
Perché cerchiamo le notizie negative
Scavando più a fondo, il portale di psicologia Unobravo evidenzia come il doomscrolling sia indubbiamente una cattiva abitudine, ma che risponda a bisogni psicologici profondi. Uno dei principali è l’illusione del controllo, cioè l’idea che informarsi continuamente possa ridurre l’incertezza e dare la sensazione di avere una presa sugli eventi. In realtà, si tratta spesso di una percezione rassicurante, ma poco aderente alla reale possibilità di influenzare ciò che accade e in alcuni casi, come vedremo dopo, può trasformarsi nel suo opposto.
Un secondo bisogno è quello dell’evitamento. Concentrarsi sulle notizie negative esterne può diventare un modo, spesso inconsapevole, per distogliere l’attenzione dalle proprie preoccupazioni personali, che rimangono così sullo sfondo senza essere affrontate. Infine, entra in gioco il bias della negatività, un meccanismo cognitivo per cui il cervello tende a dare maggiore peso alle informazioni minacciose rispetto a quelle neutre o positive.
Le conseguenze del doomscrolling
Sempre secondo Unobravo l’esposizione prolungata a contenuti negativi può ridurre la concentrazione, aumentare il senso di sopraffazione e rendere la realtà percepita più minacciosa di quanto sia davvero. In alcuni casi può contribuire a un senso di “impotenza appresa”, cioè l’idea che le proprie azioni abbiano poco o nessun effetto, con possibili ricadute su isolamento, disimpegno sociale e apatia. Nel complesso si tratta di una pratica che può funzionare come amplificatore di ansia e pensieri negativi e che, nelle persone più vulnerabili, può risultare particolarmente deleteria. Inoltre, questa abitudine tende a verificarsi spesso nelle ore serali, prima di dormire, agendo sulla qualità del sonno, rendendo più difficile addormentarsi e favorendo una sensazione di stanchezza il giorno successivo.
Educare il feed
Come tutti sappiamo gli algoritmi dei social imparano da ciò che guardiamo e tendono a proporre contenuti simili, spesso sempre più allarmanti. È proprio questo meccanismo a rendere il fenomeno così insidioso. Ma intervenire è possibile, modificando attivamente le abitudini di fruizione, scegliendo con più consapevolezza cosa seguire, cosa silenziare e cosa ignorare e in questo modo si può gradualmente rieducare il feed. Nel tempo, l’algoritmo risponde a questi nuovi segnali, restituendo un ambiente digitale più equilibrato e meno dominato da contenuti allarmanti.
Come uscire da questo circolo vizioso
Non esiste una strategia unica per uscire dal doomscrolling, ma diversi approcci che variano in base alle caratteristiche della persona. La piattaforma di psicologi suggerisce una selezione più limitata e lucida delle notizie. Allo stesso tempo, però, è importante riconoscere che alcune persone sono più predisposte di altre a cadere in questo tipo di comportamento e, proprio per questo, possono essere utili strategie differenti.
Per esempio, chi tende all’ansia o al bisogno di controllo, tecniche come la mindfulness e la respirazione aiutano a interrompere il flusso automatico dello scrolling; per chi è maggiormente estroverso risulta più efficace sostituire il tempo online con attività sociali e reali; per chi ha un approccio più organizzato funziona meglio la pianificazione di momenti fissi dedicati all’informazione; per chi è introspettivo il journaling può aiutare a distinguere ciò che si legge dalle proprie reazioni emotive; mentre per chi è impulsivo sono più utili limiti rigidi e la sostituzione immediata dello scrolling con altre attività. In ogni caso, la regola generale rimane quella di costruire confini chiari e mantenere un rapporto più consapevole e meno compulsivo con l’informazione digitale.
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