Bacha posh
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Bacha posh, le bambine che diventano maschi per sopravvivere

In Afghanistan le bacha posh, bambine cresciute temporaneamente come maschi, rivelano il funzionamento più crudo di una società in cui il genere non è solo identità, ma permesso di circolazione. Una pratica familiare e sociale che concede libertà soltanto quando il femminile viene nascosto e una figlia è considerata una presenza da correggere
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Capelli tagliati corti, pantaloni larghi e un nome maschile pronunciato davanti ai vicini. Le bacha posh sono bambine afghane cresciute temporaneamente come maschi, fino alla pubertà. Il nome viene dal dari, una lingua persiana parlata in Afghanistan, e significa letteralmente “vestita da ragazzo”, una pratica resa spesso necessaria in famiglie prive di figli maschi o costrette a muoversi dentro una società in cui il maschile garantisce prestigio, protezione e accesso allo spazio pubblico. Superficialmente potrebbero apparire come figure ibride, quasi eccezioni tollerate dentro un sistema rigidamente patriarcale, ma in realtà, sotto quella trasformazione domestica e sociale si muove una verità più profonda. Nascere femmina può significare essere escluse dalla scuola, dal lavoro e persino dalla possibilità di essere considerate utili alla propria famiglia.

Non si tratta di un gioco infantile, né di una ribellione estetica. Le bambine non scelgono semplicemente di “diventare maschio”, ma viene resa socialmente leggibile come figlio per poter svolgere funzioni che a una femmina altrimenti sarebbero negate. Comprare il pane, accompagnare le sorelle, aiutare il padre, attraversare liberamente quartieri che una bambina non potrebbe percorrere senza controllo. Tutti sanno o almeno intuiscono la finzione, ma quella finzione funziona, perché conferma la regola fondamentale, che il corpo femminile da solo non è ritenuto sufficiente per abitare il mondo senza autorizzazione.

Il maschile come “passaporto” sociale

La pratica delle bacha posh nasce dentro un ordine sociale in cui la presenza di un figlio maschio non ha solo valore affettivo, ma anche economico e simbolico. Un maschio può uscire da solo, lavorare e rappresentare il nucleo domestico davanti agli altri. Una figlia, al contrario, può diventare un corpo da sorvegliare, una presenza da custodire, una reputazione da difendere.

Questa pratica mostra che il maschile non funziona soltanto come genere, ma come documento simbolico. Permette di attraversare confini che per una bambina resterebbero chiusi, come la scuola, il lavoro, il gioco all’aperto, perfino la possibilità di guardare gli altri negli occhi senza abbassare il volto. Non è il corpo a cambiare davvero, è lo sguardo sociale che, credendolo maschile, concede una libertà che al femminile viene negata. Questa libertà, però, non appartiene alla bambina. Appartiene alla maschera che indossa.

Una libertà concessa a tempo determinato

L’errore più facile sarebbe raccontarle come simboli di emancipazione. Per alcune bambine, quegli anni possono significare una forma di respiro dentro un ambiente altrimenti chiuso, ma si tratta quasi sempre di una libertà in prestito. Quando arriva la pubertà molte devono tornare a essere ragazze secondo le regole, rientrare in una femminilità sorvegliata, prepararsi al matrimonio o comunque a un’esistenza più controllata.

È qui che la pratica rivela il suo punto più doloroso, perché le bambine assaggiano una parte di mondo per poi dovervi rinunciare. Hanno imparato a camminare come chi può, ma vengono richiamate a vivere come chi non deve. Non è solo un cambio di vestiti, è una retrocessione sociale e dopo aver sperimentato il permesso devono riadattarsi al divieto. Il dramma non è soltanto fingere di essere un figlio, ma è scoprire che il mondo si apre appena la figlia scompare.

Il paradosso: infrangere la norma per salvarla

Questa pratica potrebbe sembrare una crepa nel sistema. Una bambina veste abiti maschili, svolge ruoli maschili, attraversa spazi maschili. In realtà, il paradosso è più complesso e profondo. La norma viene violata solo per essere confermata, la famiglia aggira temporaneamente il divieto imposto alle figlie, ma lo fa senza mettere davvero in discussione il privilegio dei figli.

La bambina non viene riconosciuta come libera in quanto femmina. Viene autorizzata perché momentaneamente letta come maschio. Il travestimento non dissolve la gerarchia, la rende ancora più evidente. Se, però, basta un taglio di capelli e un paio di pantaloni per cambiare il destino quotidiano di una persona, allora il problema non è mai stato la capacità delle bambine, ma il codice sociale che decide quali corpi meritino fiducia.

I numeri di un Paese che cancella le figlie

Questa pratica non può essere separata dalla condizione generale delle donne afghane. Non è un residuo folklorico, né una stranezza culturale da osservare da lontano. È un sintomo che diventa leggibile dentro un Paese in cui il femminile viene progressivamente espulso dall’istruzione, dal lavoro e dallo spazio pubblico.

Secondo il rapporto UNICEF “Il costo dell’inazione sull’istruzione femminile e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Afghanistan” 2026 le restrizioni imposte all’istruzione femminile e all’occupazione delle donne hanno già colpito almeno un milione di ragazze, cifra che potrebbe raddoppiare entro il 2030 se nulla cambierà. E se queste restrizioni non verranno rimosse l’Afghanistan rischia di perdere, sempre entro il 2030, fino a 20mila insegnanti donne e 5.400 operatrici sanitarie. Non sono numeri astratti, significano meno scuole accessibili alle bambine, meno cure per madri e neonati, meno figure femminili autorizzate a stare nei luoghi dove altre donne possono essere accolte. Il costo è anche economico. L’UNICEF valuta che queste restrizioni possano produrre una perdita annua di almeno 5,3 miliardi di afghani, circa 84 milioni di dollari, pari allo 0,5% del PIL nazionale. Nel Women, Peace and Security Index 2023/24, elaborato dal Georgetown Institute for Women, Peace and Security (GIWPS), in collaborazione con il Peace Research Institute di Oslo, l’Afghanistan risulta ultimo su 177 Paesi per condizione femminile, sicurezza, giustizia e inclusione.

È dentro questa geografia della sottrazione che la bacha posh diventa comprensibile. Quando essere figlia significa essere esclusa, alcune famiglie tentano di salvare una possibilità trasformandola simbolicamente in figlio. Non combattono il codice, lo imitano per sopravvivere.

La testimonianza

In una testimonianza video diffusa su YouTube dal titolo “I Lived as a Boy in Afghanistan” una giovane donna afghana racconta di aver trascorso nove anni della propria vita come un ragazzo. La sua storia, ripresa anche dalla giornalista svedese Jenny Nordberg per The New York Times, mostra con precisione le possibilità conquistate grazie a quella trasformazione: poteva uscire, parlare, muoversi, proteggere le sorelle, essere utile alla famiglia, tutto senza lo stesso livello di sorveglianza.

Il passaggio più rivelatore non riguarda l’abito, ma la postura. Vivere come un ragazzo significava poter camminare più veloce, non doversi rimpicciolire, occupare lo spazio senza chiedere scusa. Per anni quella maschera aveva funzionato come una forma di protezione e di potere. Ma, nel momento in cui la giovane prova a tornare a sé stessa, comprende il nodo più amaro. La sua non era stata solo una scelta individuale, ma anche la risposta al desiderio familiare e sociale di avere un figlio al posto di una figlia.

Questa voce sposta il tema fuori dal folklore. Diventa una figura liminale, costretta ad abitare una doppia soglia: figlia nel corpo e figlio nella funzione sociale. Il dolore più profondo non consiste soltanto nel dover fingere, ma nello scoprire che la libertà non appartiene davvero alla persona, bensì alla maschera che la società decide di riconoscere.

Il corpo come maschera sociale

Da un punto di vista antropologico il focus non risiede nel travestimento, ma nella relazione tra corpo e riconoscimento. Le bacha posh mostrano che il genere non agisce solo nell’intimità, ma nell’organizzazione materiale della vita stessa. Il corpo femminile, in questo sistema è reso insufficiente. Per compiere azioni ordinarie deve essere tradotto in una forma accettabile. La bambina non cambia natura, cambia leggibilità sociale, diventa attraversabile agli occhi degli altri perché il suo aspetto viene temporaneamente riallineato al codice dominante. È una violenza sottile, perché non sempre assume la forma dell’imposizione brutale. A volte viene presentata come opportunità, come orgoglio familiare, come soluzione pratica.

Non identità, ma strategia di sopravvivenza

Parlarne non significa affrontare problematiche di identità transgender secondo categorie occidentali contemporanee. Sarebbe un errore sovrapporre linguaggi diversi e cancellare la specificità del contesto afghano. Nella maggior parte dei casi questa figura non nasce da un percorso di autodeterminazione individuale, ma da una decisione familiare e sociale. È un ruolo assegnato, spesso reversibile, pensato per rispondere a una necessità concreta.

La differenza è enorme. Nel primo caso si tratterebbe di un sentire proprio, nel secondo è la struttura di potere a decidere. Per questo la bacha posh non è percepita come figura così perturbante. Non perché confonda il genere, ma perché rivela quanto il genere sia usato per distribuire possibilità. Ma la realtà è che queste bambine per un tempo restano sospese tra due ruoli, due nomi, due destini sociali.

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