Mentre in Iran continua la stretta interna, con l’arresto di quasi cento persone accusate di spionaggio e collaborazione con Israele, si estendono gli attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo. Droni hanno colpito le raffinerie kuwaitiane di Mina al Ahmadi e Mina Abdullah, causando incendi ma senza vittime. In Arabia Saudita missili iraniani hanno centrato la raffineria Samref a Yanbu, porto diventato cruciale dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz.
Teheran ha inoltre rivendicato attacchi contro il grande hub del gas di Ras Laffan in Qatar, uno dei più importanti al mondo per il Gnl. Doha ha confermato danni rilevanti agli impianti e riferito che gli incendi sono sotto controllo. Il sito contribuisce fino a un quinto dell’offerta globale di gas liquefatto.
La risposta iraniana arriva dopo i raid israelo americani contro le infrastrutture energetiche della Repubblica islamica, inclusi i pozzi del giacimento di South Pars, il più grande al mondo. Teheran ha dichiarato che le rappresaglie “non sono ancora terminate” e ha minacciato nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche regionali in caso di ulteriori raid.
Nelle stesse ore missili iraniani hanno colpito l’area di Tel Aviv, danneggiando un edificio. Il bilancio degli attacchi più recenti parla di un morto in Israele e tre vittime in Cisgiordania. Il conflitto si allarga anche al Libano, con scontri tra Hezbollah e forze israeliane, mentre a Gaza l’Idf ha annunciato l’uccisione di un alto comandante dell’intelligence di Hamas.
Trump minaccia sul gas
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un avvertimento diretto all’Iran: se Teheran colpirà di nuovo gli impianti energetici dei Paesi del Golfo, Washington è pronta a reagire colpendo il giacimento di South Pars.
“Non voglio autorizzare questo livello di distruzione, ma non esiteremo a farlo”, ha dichiarato, chiedendo allo stesso tempo a Israele di fermare i raid contro le infrastrutture energetiche.
Secondo indiscrezioni, l’amministrazione americana starebbe valutando anche opzioni militari più ampie, incluso il dispiegamento di truppe per garantire la sicurezza delle rotte marittime.
Hormuz bloccato
La chiusura dello Stretto di Hormuz continua a paralizzare il traffico energetico globale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sostenuto che il conflitto finirà per colpire duramente anche l’economia statunitense, parlando di costi potenziali superiori ai mille miliardi di dollari.
L’Unione europea, attraverso l’alto rappresentante Kaja Kallas, ha annunciato una collaborazione con le Nazioni Unite per garantire un passaggio sicuro alle navi e riaprire lo stretto. Nel frattempo i Paesi del Golfo hanno attivato corridoi logistici alternativi per le merci, mentre l’Iran valuta una legge per imporre pedaggi alle navi che transitano nello stretto una volta ripristinata la sicurezza. Anche Stati Uniti e Regno Unito stanno studiando piani militari per riaprire la rotta.
Gli attacchi hanno avuto un impatto immediato sui mercati. Il prezzo del gas europeo è salito di quasi il 25 per cento ad Amsterdam, mentre il petrolio Brent ha superato i 112 dollari al barile, ai massimi recenti.
Pressioni internazionali
Mosca parla di “destabilizzazione globale”, mentre diversi governi europei avvertono sulle conseguenze economiche dirette anche per l’Unione.
Kallas ha ribadito che la guerra “non ha base giuridica internazionale”, mentre la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha chiesto una de escalation immediata. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “sconsiderati” gli attacchi alle infrastrutture del gas e ha proposto una moratoria almeno temporanea durante le festività religiose.
Dalla regione arrivano però segnali opposti. L’Arabia Saudita ha avvertito che “la pazienza non è infinita” e si riserva il diritto di reagire militarmente, mentre l’Egitto ha denunciato una minaccia diretta all’intero mondo arabo.





