Il presidente del Perù è stato rimosso dall’incarico con un “impeachment espresso” dopo appena quattro mesi di governo, in uno dei passaggi istituzionali più rapidi e controversi della storia politica recente del Paese. Il Congresso, dominato da forze frammentate e spesso in conflitto con l’esecutivo, ha approvato la mozione di destituzione con una velocità che ha sorpreso osservatori e analisti, alimentando accuse di instabilità cronica e di uso politico dello strumento costituzionale. La decisione è arrivata al termine di una giornata convulsa, segnata da accuse di “incapacità morale permanente”, la formula ampia e ambigua che negli ultimi anni è stata utilizzata per rimuovere diversi presidenti. Il capo di Stato, eletto con la promessa di riportare stabilità e riforme economiche, aveva già affrontato tensioni crescenti con il Parlamento, che lo accusava di gestione opaca, nomine controverse e incapacità di costruire una maggioranza. La sua difesa, presentata poche ore prima del voto, non è bastata a frenare l’ondata politica che chiedeva la sua uscita. Alcuni deputati hanno parlato di “necessità istituzionale”, mentre altri hanno denunciato un processo affrettato, privo di un’indagine approfondita e guidato più da calcoli politici che da reali violazioni. La destituzione ha immediatamente scatenato proteste nelle principali città del Paese. I sostenitori dell’ex presidente denunciano un colpo di mano parlamentare, mentre i suoi oppositori parlano di un passo necessario per evitare una deriva autoritaria. Le forze di sicurezza sono state dispiegate attorno agli edifici governativi per prevenire scontri, mentre la vicepresidente — ora presidente ad interim — ha lanciato un appello alla calma, promettendo un governo di transizione e un dialogo con tutte le forze politiche.



