Nel sistema dell’odio sociale, l’unico merito lo soddisfa la rabbia: lo stesso livore di quegli italiani che “odiano tutti e sono da sempre disposti a scannarsi” di cui scriveva Giampaolo Pansa. Nella società del tutti contro tutti qualsiasi canone aderente allo spessore, alla capacità, allo stesso merito muore insieme con il ri-sentimento di gratuità che lo accompagna. E di solito la più spontanea ed innocente delle reazioni riguarda proprio lo stupore che quella gratuità suscita: ce ne chiediamo troppo spesso increduli il perché.
E nonostante l’immersione in quel manipolo intrecciato di colpe, spiegazioni probabili o impossibili ed infiniti flussi di coscienza, la domanda resta. Senza risposta.
Forse semplicemente perché una risposta non c’è; un perché al male gratuito, all’invidia di chi innalza la mediocrità e sotterra il merito, non trova conferma in una motivazione logico-razionale. Chi lo fa e lo prova si rivede evidentemente nel mediocre, nell’empio o nel marcio. Ed è sbagliato pretendere di essere riconosciuti, compresi o benvoluti da chi per sua natura non può farlo – proprio per il medesimo principio secondo cui non si può indagarne le ragioni.
Nietzsche riteneva che gli uomini crudeli debbano essere considerati come residui di civiltà precedenti – che la giogaia dell’umanità per la prima volta mostri in questo modo le sue più profonde radici, di solito celate. E ancora, in Umano, troppo umano del 1878 scriveva: “(I crudeli) sono uomini arretrati il cui cervello, per tutti i possibili casi nel decorso del processo ereditario, non ha continuato a svilupparsi così delicatamente e molteplicemente.
La crudeltà gratuita regresso della civiltà
Essi ci mostrano ciò che eravamo tutti, e ci fanno spaventare: ma essi stessi sono tanto poco responsabili, quanto un pezzo di granito lo è per il fatto di essere granito.” Se dunque la crudeltà gratuita significa un regresso della capacità e della sensibilità emotiva ed intellettuale e pertanto della civiltà tutta intesa quale espressione del sentire di ciascuno – verrebbe da chiedersi perché sussista un tale contrasto: perché nella società del progresso ad ogni costo, si resti indietro proprio sul piano emotivo e spirituale. Lo sviluppo umano ed esistenziale comprende quei “tanti solchi e piegature del cervello” di cui trattava il filosofo tedesco “che corrispondono a quel modo di sentire, così come si dice che nella forma di alcuni organi umani si trovano ricordi del nostro stato di pesci.
Ma questi solchi e piegature non sono più il letto in cui scorre attualmente il fiume del nostro sentimento.” Progredire nel campo industriale, tecnologico, pratico significa dunque regredire su quello emotivo, umano, psicologico? E perché i progressi non sono andati di pari passo? L’espressione dell’affettività sembra aver subito un brusco arresto: uno stop che ci ha quasi condotto a pensarla inutile. Proprio come se si trattasse di un oggetto, di un mezzo pratico: come se considerassimo la sfera emotiva qualcosa di materiale; ed allo stesso tempo la separassimo idealmente da quella intellettuale. Eppure, anche secondo quanto scritto dallo stesso Nietzsche, le due sono invece del tutto impensabili singolarmente.
Il cattivo è un residuo, arretrato. La bontà è superiorità intellettuale
Non si può immaginare un essere umano che sia fornito di intelletto ma si renda privo di emotività ed affettività: vorrebbe dire pensarsi incompleti o quasi: meccanici; freddi robot, senza alcuna sensibilità: ovvero l’apoteosi, il sinonimo – come da vocabolario – più alto dell’intelligenza. Ecco perché filosoficamente la crudeltà viene descritta come una condizione di arretratezza e di scarso intelletto: perché alle doti pratiche, quelle che ci consentono di muovere braccia e gambe e di cavarcela ogni giorno, alle astuzie mediocri e banali, è necessaria la sensibilità perché si possa considerarle effettivamente intelligenti. Il filosofo, poeta, compositore e filologo Nietzsche vedeva la bontà quale reale superiorità intellettuale: “il più lontana possibile dalla belva selvaggia che infuria e urla nei sotterranei, rinchiusa sotto le fondamenta della cultura” proprio perché il cattivo “appartiene ad un livello precedente di cultura e dimostra di essere dunque un residuo” infatti “il rapporto con gli altri di chi prova invidia per ogni successo del suo competitore e del suo prossimo ed è violento e collerico contro le opinioni divergenti, era giusto e adeguato in un’epoca in cui vigeva il diritto del più forte: è un uomo rimasto indietro”.