Torna a crescere la preoccupazione per la pirateria al largo della Somalia. Un gruppo di pirati ha sequestrato il peschereccio iraniano Azini, con 23 persone a bordo, facendo scattare l’allerta per le navi commerciali che attraversano l’area.
Il rischio nave madre
Il timore delle autorità marittime è che l’imbarcazione possa essere utilizzata come «nave madre», una base galleggiante dalla quale organizzare nuovi assalti anche a grande distanza dalla costa. Il peschereccio è stato catturato giovedì nelle acque comprese tra Bandar Bayla e Hafun, nel nord-est della Somalia.
Secondo un responsabile della polizia marittima del Puntland, dodici pirati sarebbero saliti a bordo della nave, sulla quale si trovavano 21 membri iraniani dell’equipaggio e due guardie di sicurezza somale. Le condizioni delle persone sequestrate non sono ancora note.
Sul caso sta indagando anche l’operazione navale europea Atalanta, mentre alle imbarcazioni presenti nella zona è stato raccomandato di aumentare la vigilanza e segnalare qualsiasi attività sospetta. L’episodio alimenta i timori per una nuova stagione della pirateria somala dopo anni nei quali pattugliamenti internazionali e maggiori misure di sicurezza avevano drasticamente ridimensionato il fenomeno.
La situazione nel Golfo di Aden
Negli ultimi mesi, invece, gli attacchi sono tornati a moltiplicarsi nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano occidentale. Entro agosto erano già state sequestrate sei navi commerciali a partire da aprile, in alcuni casi molto lontano dalle coste somale. A settembre le autorità del Puntland hanno inoltre riferito dell’uccisione di cinque membri dell’equipaggio della petroliera MT Honour 25, successivamente recuperata dalle forze di sicurezza.
La nuova minaccia arriva in un momento particolarmente delicato per il traffico marittimo della regione. Le tensioni nello Stretto di Hormuz e i pericoli lungo le rotte vicine allo Yemen hanno già costretto diverse compagnie a modificare i percorsi, allungando i viaggi e facendo crescere i costi. Il ritorno dei pirati somali aggiunge così un ulteriore fattore di instabilità a uno dei grandi crocevia strategici del commercio e dell’energia mondiale.





