Non bastano le nuove misure annunciate dal governo a fermare la protesta in Albania. Domenica centinaia di manifestanti sono tornati nelle strade di Tirana, poche ore dopo che il premier Edi Rama aveva presentato una stretta destinata a contrastare le violenze che nelle ultime settimane hanno accompagnato le mobilitazioni antigovernative.
Sotto la pioggia, il corteo si è radunato davanti al ministero dell’Istruzione per poi dirigersi verso l’ufficio del primo ministro. Qui alcuni dimostranti hanno dato fuoco alle sedie che Rama aveva fatto sistemare all’esterno dell’edificio come simbolico invito al dialogo. Un gesto che fotografa la distanza ormai profonda tra il governo e una protesta nata soprattutto tra gli studenti e alimentata dalle accuse di corruzione, dalla scarsità di opportunità di lavoro e dalle condizioni del sistema educativo.
Le manifestazioni, partite dalla capitale, si sono estese anche ad altre città. La tensione è cresciuta progressivamente. Nel corso delle proteste sono stati incendiati edifici pubblici e banche, danneggiate vetrine e divelti sampietrini utilizzati contro le forze dell’ordine. Al centro delle richieste resta la dimissione di Rama, al potere dal 2013 e riconfermato per un quarto mandato lo scorso anno.
Il premier respinge però l’ipotesi di lasciare sotto la pressione della piazza, pur riconoscendo che non tutte le rivendicazioni dei manifestanti sono prive di fondamento. Il governo punta ora a colpire economicamente chi rimane nelle manifestazioni che degenerano in violenze e danneggiamenti, con sanzioni che possono arrivare a 500 mila lek. La televisione pubblica albanese precisa che la responsabilità finanziaria sarebbe collegata alla permanenza in un raduno violento dopo l’invito della polizia ad allontanarsi.
Per Rama si tratta della sfida politica più difficile degli ultimi anni. Le proteste arrivano infatti dopo mesi di mobilitazioni estive, in gran parte pacifiche, contro un progetto turistico di lusso sulla costa appoggiato da Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. La nuova ondata di contestazioni ha però trasformato il malcontento in uno scontro sempre più diretto tra piazza e governo.





