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Quando l’attesa diventa ansia, perché una mancata risposta può farci stare così male

venerdì, 9 Ottobre 2026
1 minuto di lettura

Mandiamo un messaggio a una persona importante, magari un messaggio lunghissimo che affronta le nostre emozioni o una questione che era motivo di attrito con l’altro. Le spunte di Whatsapp diventano blu, quindi sappiamo che il nostro interlocutore ha letto il messaggio, eppure, passano i secondi, i minuti, le ore, addirittura i giorni, e non riceviamo risposta.

Razionalmente sappiamo che potrebbe essere impegnato, eppure, l’ansia prende il sopravvento e il cervello inizia a immaginare scenari catastrofici. L’unico pensiero che rimbomba in testa è “perché non mi risponde?”. Iniziamo così a mettere in discussione le nostre azioni e i nostri comportamenti, però, tutti gli scenari che il nostro cervello produce sono semplici interpretazioni, non dati di fatto.

L’ansia per l’incertezza

In questo spazio-tempo, nel confine tra ciò che sappiamo e ciò che ci sfugge, si sviluppa l’ansia. Poiché in quanto esseri umani tendiamo a mal tollerare le situazioni di incertezza, quelle di cui non conosciamo l’esito. Di conseguenza, nel tentativo di colmare l’incertezza di un silenzio, la nostra mente tende a elaborare spiegazioni ipotetiche, inclini per loro natura a derive negative e catastrofiche.

Il rimuginio

Nell’ansia per una mancata risposta gioca un ruolo importante anche il rimuginio, ovvero il ripetersi di pensieri orientati alla ricerca di spiegazioni e di previsioni sulle possibili conseguenze a quel dato messaggio. Rimuginare all’apparenza può sembrare un’attività utile, poiché più pensiamo a qualcosa, più dovremmo riuscire a comprendere quello che sta succedendo. In realtà, come dimostrato dagli studi sulla Response Styles Theory della psicologa Susan Nolen-Hoeksema, con il rimuginio non disponiamo di informazioni aggiuntive; quindi, finiamo per ripetere lo stesso ragionamento all’infinito e difficilmente arriviamo a una soluzione. Così ci ritroviamo in un circolo vizioso in cui controlliamo il telefono in continuazione, verifichiamo l’ultimo accesso e rileggiamo quello che abbiamo scritto pensando di trovare finalmente una risposta. Ma così non è e anzi il cervello finisce per concentrarsi maggiormente sull’incertezza che causa la nostra difficoltà.  

Si confonde ciò che è possibile con ciò che è certo

Il disagio nasce anche perché l’ansia tende a confondere ciò che è possibile con ciò che è probabile e ciò che è probabile con ciò che è certo. Il destinatario del messaggio potrebbe sì essere arrabbiato, deluso o ferito, ma potrebbe anche semplicemente essere a lavoro, impegnato, incerto su cosa rispondere o non in vena di affrontare una conversazione importante in quel momento.

Imparare a distinguere i fatti dalle interpretazioni può essere un primo passo per vivere in maniera diversa quel lasso di tempo senza risposta. L’obiettivo non deve, però, diventare quello di essere impassibili di fronte al silenzio altrui, ma evitare che l’attesa si trasformi in un auto esame del nostro valore.

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