La vicenda di Mahmoud Khalil è diventata uno dei casi più discussi degli ultimi anni negli Stati Uniti, intrecciando temi come immigrazione, diritto alla protesta e politiche universitarie. Ex studente della Columbia University e figura nota delle manifestazioni a sostegno della causa palestinese, Khalil si trova ancora oggi al centro di una lunga battaglia legale contro il tentativo delle autorità americane di espellerlo dal Paese.
La sera dell’8 marzo 2025, Khalil fu fermato da agenti dell’immigrazione mentre rientrava nel proprio appartamento a New York insieme alla moglie Noor Abdalla, allora all’ottavo mese di gravidanza. Pur essendo titolare di una green card e non avendo precedenti penali né accuse formali a suo carico, venne trasferito in un centro di detenzione per immigrati in Louisiana, a oltre mille chilometri dalla sua famiglia. Secondo il governo, la sua permanenza negli Stati Uniti sarebbe stata ritenuta incompatibile con gli interessi della politica estera americana.
Khalil ha sempre respinto tale interpretazione, sostenendo che la sua attività si sia limitata a iniziative pubbliche e legali legate alle proteste universitarie. In qualità di rappresentante degli studenti, aveva svolto il ruolo di interlocutore tra i manifestanti e l’amministrazione della Columbia durante le mobilitazioni scoppiate nel campus. La detenzione è durata 104 giorni. In quel periodo la moglie ha dato alla luce il loro primo figlio senza che Khalil potesse essere presente. Un giudice federale ne ha poi disposto il rilascio, ma il procedimento per la possibile espulsione è tuttora aperto e potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema.
Parallelamente, Khalil ha avviato un’azione legale contro la Columbia University, accusando l’ateneo di non aver protetto adeguatamente lui e altri studenti palestinesi da episodi di ostilità e di aver assunto atteggiamenti ritorsivi nei confronti di chi denunciava tali situazioni. L’università respinge queste accuse e ribadisce il proprio impegno nel garantire un ambiente sicuro e inclusivo per tutti gli studenti. Nel frattempo Khalil ha raccontato la propria esperienza in un libro autobiografico, nel quale descrive le condizioni vissute nei centri di detenzione per immigrati.





