La nuova stretta monetaria della Banca centrale europea rischia di pesare sulla ripresa dell’economia italiana, frenando investimenti, consumi e accesso al credito. È l’allarme lanciato dalla Cna dopo la decisione della Bce di aumentare di 25 punti base i tassi di riferimento. Il tasso sui depositi sale così al 2,50%, mentre quelli sulle operazioni di rifinanziamento principali e marginali raggiungono rispettivamente il 2,65% e il 2,90%. La Confederazione riconosce la necessità di mantenere sotto controllo l’inflazione, ma sottolinea come l’attuale fase di rincari sia legata soprattutto all’energia e alle tensioni internazionali. «Un aumento dei tassi non riduce il prezzo del petrolio e del gas», osserva la Cna, mentre produce un effetto immediato sull’altra faccia dell’economia: il costo del credito per imprese e famiglie.
Piccole imprese più esposte
A pagare il conto più salato, secondo la Cna, rischiano di essere ancora una volta le piccole e medie imprese, che già sostengono condizioni di finanziamento mediamente più onerose rispetto alle aziende di maggiori dimensioni. Il timore è che il nuovo rialzo possa tradursi in una restrizione del credito proprio nel momento in cui le imprese sono chiamate a investire per aumentare produttività e competitività. Innovazione, digitalizzazione ed efficienza energetica sono infatti tra gli ambiti nei quali il costo del denaro può incidere maggiormente sulle decisioni di investimento. Per la Cna, quindi, la stabilità dei prezzi resta un obiettivo essenziale, ma altrettanto importante è evitare che il costo della politica monetaria ricada in modo sproporzionato sulle imprese più piccole.
Mutui, la stretta arriva anche sulle famiglie
Gli effetti del rialzo non riguardano però soltanto il mondo produttivo. A essere coinvolti sono anche i bilanci delle famiglie, soprattutto quelli che devono accendere un nuovo mutuo o che hanno finanziamenti a tasso variabile. Secondo un’analisi della FABI, il rialzo dello 0,25% deciso dalla Bce arriva mentre il credito alle famiglie è tornato a crescere. Nei primi sette mesi del 2026 lo stock complessivo di mutui, credito al consumo e prestiti personali è aumentato di 12,92 miliardi di euro, pari all’1,9% rispetto alla fine del 2025. I mutui sono cresciuti di 9,16 miliardi (+2,1%), mentre il credito al consumo ha registrato un incremento di 4,61 miliardi (+3,5%). La FABI mette però in guardia sull’effetto che il nuovo rialzo potrebbe avere sulle rate. Prendendo come riferimento un nuovo mutuo da 150 mila euro e ipotizzando un passaggio del tasso dal 3% al 4,50%, la rata aumenterebbe di oltre 127 euro al mese su una durata di 30 anni, pari a circa 1.531 euro in più all’anno. Per un finanziamento da 200 mila euro, l’aumento arriverebbe a circa 170 euro mensili sulla stessa durata. Numeri che danno la misura dell’impatto che una nuova fase di rialzo dei tassi potrebbe avere sulle famiglie, soprattutto in presenza di mutui variabili o di nuovi finanziamenti.
Consumatori, attenzione al costo del credito
Sul fronte dei consumatori, le associazioni continuano a richiamare l’attenzione sul peso crescente del credito sui bilanci familiari e sulla necessità di maggiore consapevolezza nella scelta dei finanziamenti. e altre associazioni dei consumatori sono impegnate anche sul fronte dell’educazione al credito e della prevenzione del sovraindebitamento, con l’obiettivo di aiutare le famiglie a valutare correttamente costi, condizioni e sostenibilità dei finanziamenti. Un tema che diventa ancora più rilevante in una fase di tassi in risalita. Anche Assoutenti mantiene alta l’attenzione sul fronte dei mutui e della tutela dei consumatori. L’associazione ha recentemente richiamato il tema dei tassi Euribor e delle conseguenze per i titolari di finanziamenti, confermando quanto il costo del credito rappresenti una voce particolarmente sensibile per i bilanci delle famiglie.
Cna: evitare una nuova stretta sul credito
Il punto centrale sollevato dalla Cna è dunque il rischio che la politica monetaria finisca per produrre un effetto più ampio del semplice contenimento dell’inflazione: una nuova frenata del credito, con conseguenze sulla capacità di investimento delle imprese e sulla spesa delle famiglie. Per le piccole imprese, già maggiormente esposte al costo dei finanziamenti, il pericolo è che progetti di innovazione, digitalizzazione e riqualificazione energetica vengano rinviati o ridimensionati. Per le famiglie, invece, l’aumento del costo del denaro può tradursi in rate più elevate e in una minore capacità di consumo. La Cna chiede quindi che il rialzo dei tassi non si trasformi in una nuova restrizione del credito. Difendere la stabilità dei prezzi, è la posizione dell’associazione, resta fondamentale, ma altrettanto importante è fare in modo che il costo della stabilità non venga scaricato soprattutto sulle imprese più piccole e sui bilanci delle famiglie.





