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Il giorno in cui anche ricordare diventa un reato

lunedì, 24 Agosto 2026
3 minuti di lettura

Amnesty International ha scelto parole durissime per commentare la condanna di Lee Cheuk-yan e Chow Hang-tung, i due attivisti di Hong Kong riconosciuti colpevoli di “incitamento alla sovversione del potere statale” per il loro impegno nelle commemorazioni di Tienanmen. Per Amnesty, è un altro passo della campagna delle autorità per cancellare dalla storia cinese la memoria della repressione del 4 giugno 1989. È una denuncia che va oltre il destino giudiziario di due persone. Perché qui non è in discussione soltanto la libertà politica a Hong Kong. È in discussione il diritto di una società a ricordare.

La ricostruzione della BBC mostra la portata del cambiamento. Lee e Chow erano tra i protagonisti della Hong Kong Alliance, l’organizzazione che per decenni aveva promosso la grande veglia a lume di candela per ricordare le vittime di Tienanmen . Per anni Hong Kong è stato l’unico luogo sotto sovranità cinese nel quale una commemorazione pubblica di massa del 4 giugno fosse possibile. Poi quella finestra si è chiusa. Le veglie sono state vietate, l’organizzazione sciolta, gli attivisti arrestati. Ora la condanna.

Quando la memoria diventa una minaccia

La questione più inquietante non è soltanto che due oppositori siano stati processati. È che il potere abbia trasformato la memoria in un problema di sicurezza nazionale. Una candela accesa in una piazza non rovescia un governo. Un nome pronunciato ad alta voce non minaccia un esercito. Un anniversario non mette in pericolo uno Stato. Eppure, possono diventare pericolosi quando un potere pretende il monopolio della verità. Perché ricordare significa poter fare domande. E chi può fare domande può ancora giudicare il potere. È questo il punto che rende la vicenda di Hong Kong universale.

La memoria è uno spazio di libertà

Una società libera può discutere il proprio passato, conservarne le testimonianze, interrogare le responsabilità, tramandare alle generazioni successive ciò che è accaduto. Non significa che ogni ricordo sia automaticamente verità. Significa che nessun governo dovrebbe avere il potere di stabilire per legge ciò che una comunità può ricordare e ciò che deve dimenticare. Quando il potere arriva a questo punto, la memoria non è più patrimonio della società. Diventa una concessione dello Stato. E quando la memoria diventa una concessione, anche la libertà comincia a esserlo.

La lezione dell’Europa

È qui che Hong Kong incontra l’Europa. Non attraverso paragoni forzati tra tragedie diverse, ma attraverso un principio che l’esperienza europea ha imparato a caro prezzo: la memoria non deve appartenere al potere. Le guerre, le dittature, le persecuzioni e i totalitarismi fanno parte della storia europea proprio perché l’Europa ha scelto di studiarli, discuterli e tramandarli. La memoria non serve a vivere prigionieri del passato. Serve a riconoscere nel presente i segnali che possono condurre alla negazione dei diritti e alla concentrazione senza limiti del potere.

La memoria non è il passato: è una difesa del futuro

Per questo ciò che accade a Hong Kong riguarda anche noi. Se la libertà di espressione vale soltanto quando ciò che viene detto non disturba il potere, non è libertà. Se la libertà di riunione vale soltanto quando nessuno si riunisce per ricordare qualcosa di scomodo, non è libertà. E se la memoria è libera soltanto quando coincide con la narrazione ufficiale, allora non è più memoria. È propaganda.

Il diritto di non dimenticare

Lee Cheuk-yan e Chow Hang-tung non sono importanti soltanto per la loro vicenda personale. Lo sono perché il loro processo pone una domanda elementare: può uno Stato decidere che una memoria collettiva non debba più esistere? Una democrazia dovrebbe rispondere di no. Perché ricordare non significa necessariamente essere contro qualcuno. Significa, prima di tutto, rifiutare che una vittima venga cancellata due volte: prima dalla violenza, poi dalla storia. Una candela non riscrive il passato. Ma impedisce che sia soltanto il potere a scriverlo. Amnesty parla di un tentativo di cancellare la memoria di Tienanmen.

La formula è forte. Ma ancora più forte è ciò che ci insegna questa vicenda: una società privata del diritto di ricordare rischia, lentamente, di perdere anche il diritto di interrogare il proprio presente. E allora quella candela di Victoria Park diventa il simbolo di una libertà elementare. Perché chi controlla la memoria di una società non controlla soltanto ciò che essa ricorda: prova a stabilire anche ciò che essa potrà diventare. La libertà di dire: io ricordo. E proprio perché ricordo, continuo a fare domande. Perché la libertà non comincia soltanto dal diritto di parlare. Comincia dal diritto di non essere costretti a dimenticare.

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