La scorsa estate avevamo scritto che la tintarella era passata un po’ di moda, ma si sa che sui social le tendenze cambiano in fretta e quest’anno ci regalano il tanmaxxing, un vero attentato al buon senso e alla propria salute. E’ un trend virale che spinge le persone a cercare l’abbronzatura più intensa possibile, spesso esponendosi al sole per molte ore, evitando la crema solare e puntando ai picchi massimi dell’indice UV. E a peggiorare la situazione le improvvide e demenziali affermazioni della oncologa Debora Rasio, che sembrerebbe abbia mal interpretato i risultati di una ricerca scientifica, arrivando a negare il rapporto causale tra esposizione al sole e tumori della pelle.
Un tempo l’abbronzatura era semplicemente un rito estivo, poi, nei primi decenni del Novecento, quando la stilista francese Coco Chanel rientrò da una vacanza in yacht sulla Costa Azzurra con la pelle dorata, è diventata un ideale estetico. Ma oggi, sui social, rischia addirittura di trasformarsi in una prova di resistenza. Tanmaxxing, infatti, significa “massimizzare” l’abbronzatura, portarla al limite, ottenere nel minor tempo possibile una pelle sempre più scura. La nuova tendenza, esplosa nel 2026 soprattutto su TikTok e Instagram, invita a trasformare il sole in una sorta di allenamento, per cui occorre controllare l’indice UV, scegliere le ore in cui la radiazione è più intensa, trascorrere più tempo possibile all’aperto e, in alcuni casi, ridurre o addirittura saltare la protezione solare.
Non è soltanto una nuova moda estetica, ma una pericolosa inversione del paradigma per cui il danno da limitare indicato per decenni dalla medicina viene ora presentato come un obiettivo da perseguire.
Quando il danno diventa un risultato
Il meccanismo è tanto semplice quanto inquietante. Più la pelle si scurisce bruciandosi, più il risultato viene considerato positivo. L’app meteo, così, non serve più a sapere se pioverà, ma diventa uno strumento per individuare il momento migliore per esporsi ai raggi ultravioletti. L’indice UV, nato per aiutare le persone a proteggersi, viene invece trasformato nel termometro di una nuova gara alla tintarella. Più è alto il rischio di danno, più l’esposizione viene considerata efficace.
Secondo il centro medico dell’Università del Connecticut “UConn Health” il trend incoraggia proprio la ricerca dei picchi di radiazione ultravioletta e spesso l’eliminazione o la riduzione della protezione solare. La risposta della dermatologa Mary Wu Chang, però, è tanto semplice quanto efficace: non esiste un’abbronzatura sana, perché l’abbronzatura è la risposta della pelle al danno provocato dai raggi UV.
La pelle, insomma, non “si prepara” al sole, si difende dal sole. Quando i raggi ultravioletti danneggiano il DNA delle cellule cutanee l’organismo aumenta la produzione di melanina. Il colore più scuro è, quindi, un meccanismo di protezione, non il certificato di buona salute che l’estetica della tintarella continua a suggerire.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità è ancora più esplicita, sostenendo che non esiste una “healthy tan”. L’abbronzatura può offrire una protezione equivalente soltanto a un SPF molto basso, indicativamente tra 2 e 4, e non protegge dai danni a lungo termine, compreso il cancro della pelle.
L’indice UV non è un punteggio da battere
Uno degli aspetti più assurdi del tanmaxxing è proprio il modo in cui viene utilizzato l’indice UV. Quell’indicatore non misura quanto una giornata sia “buona per abbronzarsi”, piuttosto quanto rapidamente la radiazione ultravioletta può provocare danni alla pelle e agli occhi. L’OMS raccomanda di adottare misure di protezione già quando l’indice UV raggiunge 3. Quando arriva a 8 o oltre l’indicazione è ancora più netta: evitare, per quanto possibile, l’esposizione nelle ore centrali, cercare l’ombra e utilizzare abbigliamento, cappello e protezione solare.
Il tanmaxxing fa esattamente il contrario e trasforma l’indice UV in una specie di tabella di marcia per ottenere il massimo danno nel minor tempo. E c’è un altro equivoco da smontare. Riguarda la crema solare, che non è un lasciapassare per restare al sole più a lungo. L’OMS dice chiaramente che i filtri solari vanno utilizzati sulle zone che non possono essere protette con vestiti e ombra e non devono essere impiegati per prolungare il tempo trascorso al sole. La protezione più efficace resta, infatti, una combinazione di ombra, abbigliamento e comportamenti corretti, con il filtro solare come strumento aggiuntivo.
Il prezzo che non si vede su Instagram
Il problema del tanmaxxing è che il risultato è immediatamente visibile, mentre il prezzo si paga spesso molti anni dopo. Una scottatura dura qualche giorno, il foto-invecchiamento si manifesta nel tempo. E un danno al DNA può contribuire, attraverso processi biologici complessi, allo sviluppo di un tumore anche a distanza di anni.
L’UV, insomma, provoca il caratteristico arrossamento della pelle, ma ancor di più è responsabile di danni cellulari, foto-invecchiamento, alterazioni del sistema immunitario cutaneo e tumori della pelle. L’IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’OMS, considera la radiazione solare cancerogena per l’uomo e indica l’esposizione ai raggi UV come il principale fattore ambientale modificabile associato al melanoma cutaneo.
Il sole eccessivo responsabile dell’80% dei melanomi
E i numeri più recenti sono tutt’altro che rassicuranti. Uno studio internazionale coordinato dall’IARC e pubblicato nel 2025 ha stimato che nel 2022 circa 267 mila dei 332 mila melanomi cutanei diagnosticati nel mondo fossero attribuibili all’esposizione ai raggi ultravioletti, oltre l’80% del totale. Non significa che ogni melanoma sia provocato dal sole, ma che una quota enorme del problema è legata a un’esposizione che, almeno in parte, può essere prevenuta.
In Italia, secondo “I numeri del cancro 2024” di AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, erano stimate in circa 12.941 le nuove diagnosi di melanoma cutaneo nel 2024, con circa 2.500 decessi stimati nel 2022. Il melanoma è, inoltre, il terzo tumore più frequente in entrambi i sessi sotto i 50 anni. Altre stime diffuse nel 2025 hanno indicato per l’Italia un numero di diagnosi vicino o superiore alle 15-17 mila l’anno, a seconda della fonte e dell’anno considerato. Sono numeri che rendono ancora più surreale l’idea di trasformare l’esposizione ai raggi UV in una sfida.
E poi arriva il video che ribalta la scienza
A peggiorare la situazione un video, che ha fatto molto discutere, pubblicato sui social dalla dottoressa Debora Rasio, medico specialista in oncologia e ricercatrice, nel quale si sostiene che il sole non provocherebbe il melanoma, mettendo in discussione l’opportunità di utilizzare continuamente le creme solari. Il video, secondo quanto riportato da La Repubblica, ha superato il milione di visualizzazioni.
Il problema non è che un medico possa mettere in discussione una posizione scientifica consolidata. La ricerca vive anche di dubbi, verifiche e risultati inattesi. Il problema è come vengono utilizzati i dati. Nel video viene citato uno studio condotto da UK Biobank, che aveva analizzato oltre 470 mila persone, rilevando un’associazione apparentemente paradossale: chi dichiarava di utilizzare più frequentemente la protezione solare risultava anche più esposto ad alcuni tumori cutanei. Ma quell’associazione non dimostra affatto che la crema provochi il melanoma. Lo studio stesso chiarisce il cosiddetto sunscreen paradox, cioè chi usa più crema può essere proprio chi si espone maggiormente al sole, chi ha la pelle più chiara o chi ha una maggiore sensibilità ai raggi UV. E c’è un’altra possibile spiegazione: alcune persone possono avere iniziato a proteggersi con maggiore attenzione solo dopo aver ricevuto una diagnosi di tumore cutaneo.
È un principio elementare dell’epidemiologia, che la correlazione non significa causalità. Una metanalisi pubblicata sull’”International Journal of Cancer” ha esaminato 28 studi e oltre 21 mila casi di melanoma, evidenziando proprio quanto il rapporto osservato tra uso della crema e melanoma sia condizionato da fattori confondenti. Dopo l’esposizione solare, scottature e caratteristiche individuali le stime tendevano verso un rischio più basso tra gli utilizzatori di protezione. L’unico trial randomizzato incluso mostrava, inoltre, un effetto protettivo della crema.
Dunque la conclusione non è che “la crema provoca il melanoma”, ma, al contrario, che bisogna interpretare correttamente dati complessi e continuare a proteggersi dall’esposizione UV.
La gravità della disinformazione quando arriva da un medico
Qui sta il punto più delicato della vicenda. Se un influencer invita milioni di persone a esporsi al sole senza protezione il danno è già serio. Ma quando un messaggio simile viene associato alla qualifica professionale di un medico specialista il suo potere persuasivo aumenta enormemente. Non è una questione di censurare opinioni. È una questione di responsabilità nella comunicazione sanitaria.
Una persona che legge “il sole non provoca il melanoma” può decidere di trascorrere ore sotto il sole senza protezione. Un adolescente può convincersi che una scottatura sia soltanto il prezzo da pagare per ottenere un’abbronzatura più intensa. Un genitore può dubitare dell’utilità della protezione solare per i propri figli. E questo avviene proprio mentre le principali organizzazioni scientifiche internazionali continuano a raccomandare di limitare l’esposizione ai raggi UV, evitare le scottature e proteggersi.
L’American Academy of Dermatology definisce l’esposizione non protetta ai raggi ultravioletti una delle principali cause prevenibili dei tumori della pelle, compreso il melanoma, e raccomanda protezione ad ampio spettro, abbigliamento, cappello e ombra. L’European Code Against Cancer dell’IARC, lo abbiamo detto, afferma che non esiste un’abbronzatura sicura. La stessa radiazione che produce il colore è quella che danneggia la pelle e aumenta il rischio di tumore.
Il sole non è il nemico. Ma nemmeno un farmaco
C’è però una distinzione importante da fare. Il messaggio corretto non è “non uscire mai al sole”, perché la luce solare ha effetti fisiologici benefici e l’esposizione ai raggi UV contribuisce alla sintesi della vitamina D. L’OMS riconosce questi benefici, ma sottolinea che non è necessario esporsi in modo eccessivo per ottenerli.
Non bisogna trasformare un’esposizione fisiologica in un’esposizione estrema
Non servono otto ore al sole per stare bene, tanto meno cercare l’indice UV più alto. Non serve bruciarsi e rinunciare alla protezione per abbronzarsi più velocemente. E soprattutto non serve scegliere tra due estremi, tra la paura del sole da una parte e il culto della tintarella dall’altra.
La prevenzione è fatta di comportamenti “banali”, come evitare le ore di massima intensità, cercare l’ombra, indossare cappello e abiti adeguati, proteggere le zone esposte con un filtro ad ampio spettro e, soprattutto, evitare le scottature.
La nuova gara che non dovremmo vincere
Il tanmaxxing è, in fondo, l’ennesima dimostrazione di come i social riescano a trasformare qualsiasi cosa in una sfida. Prima il corpo doveva essere più muscoloso, poi più magro, poi più allenato, poi più definito. Adesso deve essere più abbronzato. Il problema è quando l’estetica introduce una metrica, che coincide con un danno biologico.
La pelle non distingue tra una moda e un comportamento salutare, conosce soltanto la radiazione ultravioletta dalla quale si protegge scurendosi. Forse è questa la cosa più importante da ricordare, che l’abbronzatura non è una medaglia, è un segnale. Ignorarlo, soprattutto quando a farlo sono milioni di persone contemporaneamente, può avere un prezzo molto alto, che non vale certo qualche like in più.
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