Un nuovo studio condotto da ricercatori svedesi mette in luce un dato sorprendente: le foreste naturali vetuste della Svezia immagazzinano l’83% in più di carbonio rispetto ai boschi gestiti. Il risultato, frutto di anni di monitoraggio e analisi sul campo, riaccende il dibattito sul ruolo delle foreste primarie nella lotta al cambiamento climatico e sulla necessità di rivedere le politiche di sfruttamento forestale nel Paese scandinavo.
Gli studiosi hanno confrontato aree rimaste intatte per secoli con zone sottoposte a pratiche di taglio e rinnovamento programmato. Le differenze riscontrate non riguardano solo la quantità di carbonio stoccato nel legno e nel suolo, ma anche la complessità degli ecosistemi. Le foreste vetuste, caratterizzate da alberi di grande età, tronchi caduti e una biodiversità più ricca, risultano molto più efficienti nel trattenere carbonio a lungo termine. Al contrario, i boschi gestiti, pur garantendo una produzione costante di legname, mostrano cicli di accumulo più brevi e una capacità complessiva inferiore. Il settore forestale svedese, uno dei più sviluppati d’Europa, si trova così di fronte a una sfida delicata: conciliare le esigenze economiche con la crescente pressione internazionale per la tutela delle foreste primarie.
Le associazioni ambientaliste chiedono una moratoria sui tagli nelle poche aree vetuste rimaste, mentre l’industria del legno sottolinea il proprio ruolo nella bioeconomia e nella produzione di materiali a basse emissioni. Il governo, che negli ultimi anni ha puntato molto sulla sostenibilità, ha accolto lo studio con interesse, annunciando che valuterà nuove misure di protezione. In un Paese che si presenta come modello di gestione forestale, la scoperta mette in evidenza quanto il patrimonio naturale antico sia insostituibile. Le foreste vetuste non sono solo un archivio vivente di biodiversità, ma anche un alleato cruciale nella corsa contro il riscaldamento globale.





