Nessun decreto, nessuna riforma epocale. Eppure, nei Paesi Bassi, la settimana lavorativa di quattro giorni è già una realtà per milioni di cittadini. A certificarlo non è un proclama governativo, ma i dati: secondo Eurostat, l’orario medio di lavoro in Olanda si attesta poco sopra le 32 ore settimanali, il più basso dell’Unione europea. Di fatto, una settimana corta costruita nel tempo, con discrezione e pragmatismo. Il segreto? Il part-time. Con il più alto tasso di occupazione a tempo parziale tra i Paesi OCSE, l’Olanda ha trasformato una scelta individuale in un modello sociale. Nato negli anni ’80 con l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, il part-time è oggi diffuso anche tra gli uomini, soprattutto quelli con figli piccoli. Un sistema fiscale e previdenziale favorevole, un salario minimo che supera i 2300 euro netti al mese e una cultura del tempo libero ben radicata hanno reso possibile questa transizione senza traumi. Il risultato è sorprendente: produttività oraria tra le più alte d’Europa, tasso di occupazione all’82% e una delle economie più solide del continente. Ma non è solo una questione di numeri. Secondo il World Happiness Report 2025, gli olandesi sono tra i più felici al mondo, e i loro bambini — secondo l’Unicef — i più sereni del pianeta. L’economista Bert Colijn di ING sottolinea che la settimana corta sta diventando sempre più comune anche tra i lavoratori a tempo pieno, segno che il modello olandese non è solo una questione di contratti, ma di mentalità. “La fobia dello stress ha creato un patto sociale implicito,” scrive il quotidiano GreenMe, “dove lavorare meno significa vivere meglio”. In un’Europa che dibatte ancora su come conciliare produttività e benessere, l’Olanda ha già trovato la sua formula. Silenziosa, ma efficace.
