Zucche, altari e tacchini. Alle feste importate si aggiunge el Día de los Muertos

Tra i festeggiamenti di questo periodo dell’anno arriva direttamente dal Messico la celebrazione più colorata dell’anno dedicata ai cari defunti, amici a quattro zampe compresi, che non fa parte delle nostre tradizioni, ma che scegliamo sempre più di festeggiare
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Come ogni anno è arrivata la festa dei morti. A precederla di pochissimo è stato Halloween, una nuova tradizione che in Italia abbiamo ormai fatto nostra anche se non ci appartiene davvero, trasformandola in un appuntamento quasi inevitabile con le maschere, le feste, i dolcetti e i contenuti sui social. Pensiamo che sia originario degli Stati Uniti, ma in realtà affonda le sue radici nelle antiche tradizioni celtiche dell’Irlanda e delle isole britanniche, prima di diventare un fenomeno pop globale.

Negli ultimi anni, però, non è stata l’unica ricorrenza straniera a entrare nel nostro immaginario e nelle nostre abitudini. Quando pensavamo di aver finalmente archiviato zucche, scheletri e feste in costume, ecco che al rito pagano e al rito religioso si aggiunge un’altra celebrazione proveniente dall’estero, el Día de los Muertos, pronta a conquistare il nostro feed. La festa messicana dedicata al ricordo delle persone care scomparse, celebrata principalmente l’1 e il 2 novembre, anche quest’anno è tornata a riempire i social di immagini, colori e altari dedicati ai defunti. La sua popolarità internazionale potrebbe essere legata anche al successo di Coco, il film d’animazione Pixar che ha fatto conoscere al grande pubblico simboli e atmosfere di questa festa. Lontano dall’essere una semplice versione messicana di Halloween el Día de los Muertos è una celebrazione profondamente legata alla memoria e al rapporto con chi non c’è più.

La festa in cui i morti tornano a casa

El Día de los Muertos affonda le sue radici nelle culture indigene del Messico e, nella forma in cui lo conosciamo oggi, nasce anche dall’incontro tra le credenze preispaniche e le celebrazioni cattoliche introdotte dagli spagnoli. La sua particolarità sta proprio nel modo in cui viene concepita la morte, non come una separazione definitiva, ma come un passaggio che, almeno per qualche giorno all’anno, permette ai defunti di tornare simbolicamente tra i propri cari.

Per accoglierli le famiglie preparano le ofrendas, veri e propri altari domestici allestiti con fotografie, oggetti personali e soprattutto pietanze e bevande, che i defunti amavano in vita. Non si tratta di semplici decorazioni, ma di un invito simbolico a tornare a casa e condividere ancora qualche momento insieme. Ogni elemento ha un significato, ad esempio l’acqua serve a dissetare le anime dopo il viaggio, il cibo a nutrirle, mentre le candele illuminano il loro cammino.

A rendere inconfondibili questi altari sono soprattutto i fiori di cempasúchil, dal colore arancione intenso. I loro petali vengono sparsi lungo il percorso che conduce all’altare, perché il colore e il profumo aiutino le anime a ritrovare la strada. Una tradizione suggestiva, riconosciuta nelle sue espressioni indigene dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, nella quale il ricordo dei morti si trasforma in una vera e propria celebrazione della vita.

Un altare anche per Fido

Esiste anche un el Día de los Muertos dedicato agli amici a quattro zampe. Il 27 ottobre, secondo una consuetudine messicana diffusasi soprattutto negli ultimi anni, si ricordano gli animali domestici scomparsi. Anche per loro si prepara una piccola ofrenda, con fotografie, ciotole, cibo preferito, giocattoli e fiori. Secondo la credenza popolare le loro anime tornerebbero per prime nelle case delle famiglie, rimmergendosi per qualche ora i luoghi in cui hanno vissuto.

Secondo alcune ricostruzioni la scelta del 27 ottobre sarebbe stata proposta nel 2019 da un’impresa messicana di servizi funebri per animali, anche se non esiste una documentazione storica certa che permetta di stabilire l’origine esatta di questa usanza. Sta di fatto che negli ultimi anni i social hanno contribuito a farla conoscere anche fuori dal Messico, Italia compresa, attraverso le immagini degli altari dedicati a cani e gatti.

Il successo di questa tradizione riflette anche il rapporto sempre più stretto che abbiamo con i nostri animali, ormai considerati a tutti gli effetti componenti della famiglia. E forse è proprio per questo che quelle fotografie, quelle ciotole e quei giocattoli lasciati sugli altari ci colpiscono così tanto. A confermare quanto sia cambiato il nostro rapporto con gli animali domestici è anche la crescita di un settore dedicato al loro ultimo saluto. In Italia si contano, secondo i dati riportati da Il Post e ripresi nel gennaio 2026 dalla testata specializzata Vet33, 43 cimiteri per animali, 82 impianti di cremazione e circa 200 agenzie funebri specializzate, con un incremento medio di dieci nuove attività all’anno.

Un comparto che offre servizi sempre più articolati, dalla cremazione singola o collettiva alla realizzazione di urne cinerarie; dalle creazione di sale del commiato alla possibilità di trasformare le loro ceneri in diamanti. Il primo cimitero italiano per animali risale al 1923 e si trova a Roma. Oggi in alcune Regioni, tra cui l’Abruzzo, è persino consentito tumulare le ceneri degli animali domestici nella tomba o nel loculo del proprietario oppure nella tomba di famiglia, purché gli animali siano stati cremati e le ceneri siano conservate in una teca separata, secondo le modalità previste dalla normativa e dai regolamenti comunali.

La prossima festa “rubata”

Un altro appuntamento che già da qualche anno comincia a prendere piede sui nostri social è il Thanksgiving, la Festa del Ringraziamento americana, che quest’anno cade giovedì 26 novembre. Una ricorrenza che, nel racconto tradizionale, viene fatta risalire al 1621, quando i coloni inglesi di Plymouth e i nativi Wampanoag condivisero una celebrazione per il raccolto. Il Thanksgiving che conosciamo oggi, però, si è sviluppato nel corso dei secoli, fino a diventare una ricorrenza nazionale negli Stati Uniti nell’Ottocento.

E’ soprattutto la giornata in cui le famiglie e gli amici si riuniscono attorno a una tavola imbandita per ringraziare di ciò che hanno, condividendo il tradizionale tacchino arrosto, accompagnato da patate dolci, salsa di mirtilli rossi e l’immancabile torta di zucca. Una sorta di anticipo delle atmosfere natalizie, fatta di convivialità, tavole decorate, gratitudine e voglia di stare insieme.

Quando una cultura diventa una tendenza

E forse queste ricorrenze ci piacciono proprio per questo, perché al di là delle origini e delle distanze culturali, ci offrono un’occasione in più per riunire le persone care, sperimentare qualcosa di diverso e inventare piccoli rituali da inserire nelle nostre abitudini. Ma non è soltanto una questione di feste e convivialità. A studiare il modo in cui ci avviciniamo a rituali di altre culture sono stati Angela Gracia B. Cruz, Yuri Seo e Daiane Scaraboto, in una ricerca pubblicata sul Journal of Consumer Research dal titolo “Between Cultural Appreciation and Cultural Appropriation: Self-Authorizing the Consumption of Cultural Difference”.

Lo studio, condotto sui consumatori internazionali di K-pop, analizza come il rapporto con prodotti ed elementi culturali stranieri possa diventare anche uno strumento per costruire e raccontare la propria identità. Pur occupandosi di un fenomeno differente, la ricerca offre uno spunto interessante per osservare il nostro rapporto con le tradizioni importate. Non ci limitiamo a scoprirle bensì scegliamo quelle che ci incurioscono, le adattiamo e, qualche volta, finiamo per considerarle quasi nostre. A contribuire a questa identificazione sono anche film, serie televisive, celebrity e social network. Così finiamo per adottarle, reinterpretandole e inserendole nelle nostre abitudini, anche quando fino a poco tempo prima ne conoscevamo appena l’esistenza.

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