“Non basta colmare il vuoto normativo. Bisogna tornare alle categorie fondamentali del diritto e costruire una tutela capace di tenere insieme libertà, salute, famiglia e servizi”.
La sentenza della Corte costituzionale sul trattamento sanitario obbligatorio non chiude una partita. Al contrario, apre un problema che ora dovrà essere affrontato sul terreno più delicato: quello della costruzione di una disciplina capace di tenere insieme il diritto alla salute e la libertà della persona.
È questa la chiave di lettura proposta dal professor Leone Melillo, che invita a non fermarsi alla necessità di intervenire sulla normativa, ma a partire dalle categorie fondamentali del diritto.
“Bisogna tornare alle categorie giuridiche”, è il punto di partenza della sua riflessione.
La Corte interviene dopo. Il problema nasce prima
Per comprendere cosa significhi davvero l’intervento della Consulta, spiega Melillo, occorre ricordare come funziona il controllo di costituzionalità.
La Corte costituzionale interviene, di regola, quando una questione viene sollevata da un giudice nel corso dell’applicazione della legge. Non si tratta quindi soltanto di verificare una norma appena approvata: il problema emerge quando quella norma deve essere concretamente applicata a una situazione reale.
Ed è proprio qui che può aprirsi un vuoto.
Quando la Corte individua un problema di costituzionalità, infatti, non basta pensare alla semplice sostituzione di una norma con un’altra. Occorre capire quali siano le categorie giuridiche fondamentali attraverso le quali costruire la nuova disciplina.
Per Melillo, questo è il punto decisivo anche nel caso della salute mentale.
Libertà e salute: il nodo centrale
Il trattamento sanitario obbligatorio porta direttamente dentro il tema dei diritti di libertà.
Se una persona viene sottoposta a un trattamento contro o senza la propria volontà, la domanda giuridica diventa inevitabile: come si tutela una libertà individuale quando, contemporaneamente, esiste un’esigenza di tutela della salute?
La questione, osserva Melillo, non può essere risolta scegliendo semplicemente un diritto contro l’altro.
Il diritto alla salute appartiene alla persona, ma intorno a esso esistono anche esigenze di tutela pubblica e altre garanzie costituzionali. La costruzione della norma deve quindi riuscire a tenere insieme una dimensione positiva – quella della cura e dell’assistenza – e una dimensione negativa, legata alla libertà della persona e ai limiti che possono essere imposti alle sue scelte.
È qui che, secondo il professore, si misura la qualità della futura disciplina.
Una legge non può essere costruita sul singolo caso
C’è poi un’altra questione essenziale: la norma deve essere generale e astratta.
Non può essere pensata per risolvere il caso di una singola persona o di una singola famiglia. Deve essere costruita in modo da funzionare per tutti coloro che si troveranno in situazioni analoghe.
Per questo, spiega Melillo, non basta stabilire cosa debba accadere nel momento in cui esplode una crisi psichiatrica. Bisogna disciplinare l’intero sistema di relazioni che ruota intorno al paziente.
- Il rapporto con lo psichiatra.
- Il rapporto con la famiglia.
- Il rapporto tra gli operatori.
- Il funzionamento dei servizi territoriali.
Tutto deve essere ricondotto all’interno di una precisa fattispecie giuridica.
Il paziente non è solo: intorno a lui c’è una rete
Uno dei passaggi più significativi della riflessione riguarda proprio la famiglia.
L’idea di una collaborazione automatica tra famiglia e servizi sanitari, osserva Melillo, non può essere data per scontata. La realtà può essere molto più complessa: paziente e familiari possono avere posizioni differenti, possono entrare in conflitto, possono avere esigenze diverse.
Per questo la cosiddetta “alleanza” deve essere disciplinata.
Il paziente deve restare al centro, ma la legge deve anche stabilire quale ruolo debbano avere le persone che gli stanno intorno e gli operatori chiamati a occuparsi della sua situazione.
Non basta, insomma, dichiarare un principio. Bisogna costruire una struttura giuridica capace di renderlo effettivo.
Il paradosso dei servizi territoriali
Ed è proprio sul terreno dei servizi che emerge uno dei problemi più concreti.
Melillo richiama la situazione di una persona che, volontariamente, si rivolge a un centro di salute mentale. Viene individuato un problema psichiatrico e viene predisposto un percorso, un programma di interventi.
Ma cosa succede se quella persona smette di presentarsi?
Chi verifica cosa è accaduto? Chi controlla la continuità del percorso? Chi si accorge che quella persona, magari proprio nel momento più delicato, è uscita dal sistema di assistenza?
Il rischio, osserva Melillo, è quello di avere una programmazione sulla carta e una presa in carico che, nella realtà, non riesce a garantire continuità.
E può accadere anche il contrario: la persona torna a chiedere aiuto, ma il servizio non è immediatamente disponibile o manca il professionista di riferimento.
È una contraddizione che riguarda non soltanto l’organizzazione sanitaria, ma anche la tutela giuridica della persona.
Una nuova legge non può ripetere gli stessi errori
Da qui la domanda più importante: che cosa deve fare il legislatore?
Per Melillo, non è sufficiente intervenire con una nuova norma perché esiste un vuoto normativo.
Una legge costruita senza un solido fondamento nelle categorie costituzionali rischierebbe di aprire un nuovo contenzioso.
Il percorso potrebbe essere sempre lo stesso: viene approvata una nuova disciplina, un giudice si trova davanti a una questione concreta, rileva un possibile contrasto con la Costituzione, solleva la questione davanti alla Consulta e la Corte torna nuovamente a pronunciarsi.
“Si torna un’altra volta al punto di partenza”, è, in sostanza, il rischio evidenziato da Melillo.
Per evitarlo, la nuova disciplina deve nascere già dentro una cornice costituzionalmente coerente.
Non solo TSO: serve continuità
La questione, dunque, non riguarda esclusivamente il trattamento sanitario obbligatorio.
Riguarda l’intero percorso della persona con un problema psichiatrico: dall’intervento territoriale alla presa in carico, dal rapporto con lo psichiatra a quello con la famiglia, fino alle situazioni nelle quali può rendersi necessario un intervento non volontario.
La libertà della persona deve rimanere un elemento fondamentale. Ma, proprio perché si parla di libertà e di salute, non può essere lasciata sola una famiglia e non può essere lasciato solo un servizio.
Serve una struttura.
Una struttura giuridica e organizzativa che renda effettiva la tutela, coordini i diversi interventi e definisca con chiarezza il ruolo dei soggetti coinvolti.
La sfida dopo la sentenza
Il messaggio che emerge dalla riflessione di Melillo è quindi netto: la sentenza della Corte costituzionale non deve essere letta soltanto come la necessità di correggere una norma.
Il vero problema è costruire una disciplina che parta dai principi costituzionali e che, proprio per questo, sia in grado di reggere alla prova dell’applicazione concreta.
Libertà e salute non possono essere tratte come realtà separate. Il paziente deve essere al centro, ma intorno a lui deve esistere una rete capace di funzionare: famiglia, psichiatri, operatori, servizi territoriali e istituzioni.
Altrimenti il rischio è che il diritto rimanga una dichiarazione di principio e che, nel momento in cui la persona ha realmente bisogno di essere tutelata, quella tutela non trovi una struttura capace di renderla concreta.
È questo, secondo Melillo, il passaggio decisivo: non limitarsi a riempire un vuoto normativo, ma costruire una disciplina che torni alle categorie fondamentali del diritto e garantisca continuità alla tutela della persona.





