Il vertice di Washington del 26 settembre tra Donald Trump e Xi Jinping è stato archiviato da molti osservatori come un incontro interlocutorio, privo di risultati concreti. È una lettura comprensibile, ma forse solo parziale. Inserito nella sequenza in cui si colloca, appare meno un esito mancato e più una tappa di un processo: la costruzione, per accumulo, di un direttorio di grandi potenze.
La strategia del negoziato permanente
Il calendario è il primo indizio. Dopo Pechino a maggio e Washington a settembre, sono previsti Shenzhen a novembre e Miami a dicembre. Quattro incontri in dodici mesi non sono la cadenza di una diplomazia ordinaria, ma di un negoziato permanente. Per Pechino il vantaggio è evidente: tenere l’amministrazione americana dentro un tavolo continuo riduce il rischio di strappi tariffari improvvisi e guadagna tempo. In questa logica rientra anche la proroga della tregua commerciale per soli due mesi. Una scadenza così breve non indebilisce l’intesa, ma la aggancia al prossimo appuntamento, rinviando lì i nodi strutturali: Taiwan, tecnologia, catene di approvvigionamento.
Da qui nasce l’ipotesi più impegnativa: che questa sequenza di incontri costruisca, più che un accordo, un direttorio. Non un trattato di spartizione, ma qualcosa di simile – pur nelle differenze storiche contingenti – a un concerto delle potenze ottocentesco: una gestione informale e continuativa dell’ordine da parte di pochi, con riconoscimento reciproco di sfere d’influenza e di linee rosse. Se all’ultimo vertice della serie sedesse anche la Russia, il tavolo assumerebbe forma tripartita. Lo scopo non sarebbe risolvere le controversie, ma renderle gestibili tra pochi. All’interno di quelle sfere ciascuna potenza rivendicherebbe di fatto uno stato di eccezione, cioè la facoltà di agire a prescindere dal diritto internazionale. Resta un’ipotesi interpretativa: nessun documento ufficiale parla di sfere d’influenza. Ma la direzione è coerente con i fatti.
Il caso della Groenlandia
Il secondo indizio è l’accordo su Groenlandia firmato il 22 settembre a New York da Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia. Il negoziato a tre aggira la NATO politica e vede mutare la natura giuridica del rapporto. Secondo le ricostruzioni, il testo concede alle forze americane diritti permanenti di accesso, sorveglianza e dispiegamento, compreso il sistema antimissile Golden Dome. Subordina inoltre gli investimenti stranieri nei settori sensibili all’approvazione unanime dei tre firmatari, escludendo di fatto Russia e Cina. Due aspetti contano più degli altri: la sicurezza dell’Artico viene gestita in via bilaterale anziché alleata, e Washington ottiene un potere di screening economico che ridefinisce la sovranità regionale fuori dai canali dell’Unione europea. È il modello dell’accordo diretto. Che l’intesa sia stata siglata a New York senza che all’ONU se ne facesse parola dice quanto poco il Palazzo di Vetro sia considerato il luogo in cui le decisioni maturano.
La marginalizzazione dell’ONU e il rischio europeo
Il terzo indizio riguarda proprio le Nazioni Unite. Xi era negli Stati Uniti, ma ha scelto di non partecipare all’Assemblea generale, lasciando il discorso al vicepresidente Han Zheng, che ha riproposto la consueta retorica cinese su multilateralismo e sviluppo. La contraddizione è solo apparente. Pechino usa il linguaggio delle istituzioni per presentarsi come custode dell’ordine, ma sceglie la sede bilaterale quando si tratta di decidere. Disertare l’Assemblea per concentrarsi sul confronto con Trump proietta la Cina come pari degli Stati Uniti, non come uno dei tanti membri di un’organizzazione. Il messaggio è che le decisioni che contano si prendono tra i grandi.
Messi insieme, i tre elementi disegnano un ordine in cui pesano più i rapporti di forza che le regole: accordi transazionali e asimmetrici, incentrati su sicurezza dura, tecnologia e catene di fornitura. Non è la fine formale del diritto internazionale, che sopravvive come linguaggio e come strumento per chi non ha altro. È la sua marginalizzazione nei passaggi decisivi.
Nulla di tutto questo è scritto, e forse non lo sarà mai: un concerto vive proprio dell’assenza di trattati. Ma modalità e tempistiche degli incontri rendono l’ipotesi plausibile. C’è poi anche una dimensione tipica della Presidenza Trump: una visione ottocentesca dei rapporti più volte richiamata dallo stesso Presidente nel citare i suoi modelli del passato americano. Anche se non si fosse di fronte ad una chiara intenzione, è indiscutibile la presenza di un background culturale che potrebbe rendere possibile una costruzione di questo genere.
Ma se l’ ipotesi non trovasse riscontro nella volontà delle parti allora forse la domanda potrebbe non essere “cosa hanno concordato”, ma “che tipo di ordine si costruisce con queste modalità”
In ogni caso il problema più serio, in questo scenario, è europeo. L’Unione non ha una visione strategica unitaria né un’autonomia di difesa credibile, e la sua influenza dipende da un sistema di regole che le grandi potenze mostrano di considerare opzionale. Il caso groenlandese è rivelatore: un territorio legato a uno Stato membro viene ridisegnato in un negoziato a cui Bruxelles non partecipa. In un ordine a direttorio, chi non ha forza propria non siede al tavolo, ma ne subisce le decisioni. Se la traiettoria fosse confermata, all’Europa resterebbero due strade: costruire rapidamente capacità politiche, industriali e militari proprie, oppure accettare il ruolo di spettatrice. A giudicare dal calendario dei prossimi vertici, il tempo per scegliere è poco.





