Il parlamento ungherese ha votato all’unanimità per revocare l’immunità parlamentare a tre deputati, tra cui il primo ministro Péter Magyar, permettendo così alla magistratura di proseguire una serie di indagini penali separate che li riguardano. La decisione è stata approvata con 139 voti favorevoli, senza contrari né astensioni.
Prima della votazione, Magyar ha ribadito davanti all’assemblea la propria innocenza, affermando di non aver commesso alcun reato e di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. L’indagine che coinvolge il premier riguarda un episodio avvenuto nel giugno 2024, poco dopo le elezioni europee in cui il suo partito Tisza si era classificato secondo dietro al Fidesz dell’allora primo ministro Viktor Orbán.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, durante una serata in un locale notturno di Budapest un uomo stava filmando Magyar, che avrebbe reagito sottraendogli il telefono cellulare. Successivamente, gli addetti alla sicurezza avrebbero accompagnato il politico all’uscita del locale e gli investigatori sostengono che un oggetto scuro, ritenuto lo smartphone, sia stato gettato nel Danubio. Il dispositivo, valutato oltre 100.000 fiorini ungheresi, equivalenti a circa 250 euro, è stato recuperato poco dopo e restituito al proprietario perfettamente funzionante.
La procura aveva già tentato nel 2024 di ottenere la sospensione dell’immunità di Magyar presso il Parlamento europeo, dove l’attuale premier sedeva come eurodeputato, ma la richiesta non era stata accolta. Dopo la conclusione del suo mandato europeo e il successivo ingresso nel parlamento nazionale, Magyar aveva acquisito la protezione garantita dall’immunità parlamentare ungherese. La riapertura dell’inchiesta ha quindi reso necessario un nuovo voto dell’assemblea per consentire agli investigatori di procedere.
Il premier ha sempre respinto le accuse di furto, sostenendo che il procedimento rappresenti un tentativo di screditarlo politicamente. Nella stessa seduta parlamentare è stata revocata l’immunità anche a due ex ministri dell’era Orbán.





