A trentasei anni dalla fine del comunismo, l’Ungheria apre uno dei capitoli più delicati della propria storia recente. Da mercoledì decine di migliaia di documenti della polizia segreta dell’epoca socialista sono consultabili attraverso una banca dati pubblica online, permettendo ai cittadini di cercare i nomi legati all’enorme rete di sorveglianza costruita durante il regime.
Circa 60 mila nominativi sono stati resi accessibili in questa prima fase, mentre altri documenti verranno digitalizzati e pubblicati entro febbraio 2027. L’operazione realizza una delle principali promesse del primo ministro Péter Magyar, arrivato al governo dopo la vittoria del suo partito Tisza alle elezioni di aprile.
La documentazione racconta un sistema nel quale i servizi di sicurezza controllavano la popolazione attraverso una vasta rete di collaboratori. Molti venivano reclutati con pressioni, minacce o ricatti e potevano essere chiamati a riferire persino su amici, colleghi e familiari. Una parte consistente degli archivi, tuttavia, è andata perduta: numerosi documenti furono distrutti durante la rivolta antisovietica del 1956 e negli ultimi anni del regime.
Magyar ha invitato gli ungheresi ad affrontare quanto emergerà con rispetto e umanità, ricordando che molte famiglie potrebbero scoprire informazioni dolorose su persone ormai scomparse. La presenza di un nome nei registri, inoltre, dovrà essere valutata con cautela: secondo gli storici, non significa automaticamente che quella persona abbia collaborato volontariamente con la polizia politica.
Tra i nomi più discussi alla vigilia della pubblicazione c’era quello dell’ex premier Viktor Orbán, che non è comparso nella prima banca dati. Orbán ha dichiarato che i servizi comunisti tentarono di reclutarlo durante il servizio militare, ricevendo però il suo rifiuto. L’apertura degli archivi arriva inoltre esattamente settant’anni dopo il 4 novembre 1956, giorno dell’intervento sovietico che soffocò la rivolta ungherese. Una coincidenza dal forte valore simbolico: riportare alla luce i documenti significa ora costringere il Paese a confrontarsi pubblicamente con una memoria rimasta per decenni incompleta e dolorosa.





