Raccontare una guerra mentre è ancora in corso è uno dei compiti più difficili per chi fa informazione. Non soltanto perché mancano dati completi, ma perché la guerra produce inevitabilmente una deformazione della realtà: informazioni parziali, propaganda, comunicati contraddittori, immagini selezionate e interpretazioni che cambiano nel giro di poche ore.
È la «nebbia di guerra» di cui parlava Clausewitz. Una nebbia che oggi non avvolge soltanto i soldati sul campo di battaglia, ma anche giornalisti, analisti e opinione pubblica.
La guerra in Iran ne offre un esempio particolarmente evidente
Da una parte c’è il Maggiore Generale statunitense in pensione Randy Manner, che ha espresso una valutazione estremamente critica della campagna militare americana. Manner considera l’eventuale impiego di forze terrestri limitate o di unità leggere in territorio iraniano un grave errore di calcolo. Un Paese come l’Iran, per dimensioni, conformazione geografica, popolazione e capacità militari, non può essere trattato come un teatro nel quale la superiorità tecnologica americana possa automaticamente trasformarsi in controllo del territorio.
Ma la sua critica va ben oltre l’ipotesi di un’invasione
Manner sostiene che la campagna stia consumando una quantità enorme di risorse militari americane, soprattutto missili e sistemi destinati alla difesa. Il problema, dunque, non sarebbe soltanto quanto gli Stati Uniti riescano a distruggere in Iran, ma quanto stiano consumando per farlo.
È una distinzione fondamentale
Una guerra può produrre una straordinaria superiorità tattica e, nello stesso tempo, determinare un progressivo indebolimento strategico.
Manner richiama inoltre il costo umano e politico delle guerre americane in Medio Oriente e manifesta preoccupazione per una struttura di comando che considera indebolita. La sua tesi, in sostanza, è che gli Stati Uniti rischino di uscire dalla guerra con una capacità militare meno pronta ad affrontare altre crisi globali e questo significa un danno strategico destinato a riflettersi anche in altri teatri.
Dall’altra parte troviamo l’Ammiraglio in pensione Mark Montgomery, che ha offerto una lettura decisamente diversa della fase iniziale dell’operazione «Epic Fury». Montgomery ha sottolineato la complessità dell’integrazione militare tra Stati Uniti e Israele e ha giudicato estremamente efficace la prima ondata di attacchi, con circa 900 strike. L’obiettivo era colpire la leadership iraniana, le infrastrutture missilistiche e la capacità di produzione dei droni.
E c’è una frase che fotografa bene l’altra faccia del problema:
«Non abbiamo problemi ad abbattere i missili, ma rimaniamo esposti agli attacchi dei droni. Stiamo colmando le lacune per una difesa aerea efficace. Non so se sia pronta, ma presto lo sarà».
Due generali. Due letture. Due guerre apparentemente diverse
Ora se dovessimo basarci sulla pluralità dei commentatori (Mashneiner, Bebee, etc..) l’ analisi del Maggiore Generale Manner sembrerebbe più aderente alla realtà sul campo.
Tuttavia le parole di Montgomery potrebbero essere soggette ad una diversa chiave di lettura che è comune a molti commentatori americani soprattutto appartenuti allo stato maggiore delle forze armate: Gli Stati Uniti non possono uscire con una sconfitta dal conflitto proprio in funzione dell’ enorme danno strategico che tale sconfitta porterebbe. Ad esempio il Generale Clark, pur essendo stato inizialmente contrario all’intervento oggi lo sostiene proprio per il motivo anzidetto.
Ed è qui che emerge il rischio più profondo di una guerra che nessuna delle due parti può permettersi di perdere. Per Washington, una sconfitta non avrebbe soltanto un costo militare: metterebbe in discussione la credibilità della potenza americana, la sua capacità di garantire gli equilibri internazionali e, soprattutto, l’efficacia della deterrenza statunitense. Gli alleati potrebbero iniziare a dubitare della capacità degli Stati Uniti di sostenere i propri impegni, mentre gli avversari sarebbero incentivati a mettere alla prova i limiti della potenza americana. È questo il vero rischio strategico: che la percezione di una vulnerabilità statunitense trasformi una battuta d’arresto militare in una crisi dell’ordine egemonico americano.
Una sconfitta del Regime si trasformerebbe rapidamente in un collasso perché verrebbe giudicato dagli iraniani fallimentare nel compito di difendere l’ Iran.
In fondo siamo in presenza di una guerra che entrambi gli attori considerano esistenziale ed è per questa ragione che questo conflitto è molto pericoloso in termini di escalation nucleare e attori coinvolti.





