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L'eurodeputata Ilaria Salis
L'eurodeputata Ilaria Salis

Il buonismo di facciata della sinistra

sabato, 5 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Il tribunale di Milano ha condannato Ilaria Salis, eurodeputata di Avs, a risarcire con oltre 300mila euro, oltre 10mila euro di spese legali, due ex collaboratori licenziati senza giusta causa.

I due collaboratori erano stati assunti dopo l’elezione di Salis al Parlamento europeo nel giugno del 2024 con retribuzioni vicine a 3 mila euro mensili per l’organizzazione di campagne di eventi, rapporti istituzionali, consulenza strategica e valorizzazione dell’attività parlamentare.

Nel febbraio 2025 arriva il licenziamento. La parlamentare di estrema sinistra ha contestato al primo dipendente il venir meno del rapporto fiduciario e una presunta incompatibilità personale e ambientale; al secondo viene invece revocato l’incarico per la “manifesta insoddisfazione”. Il tribunale ha dichiarato per entrambi che i licenziamenti sono illegittimi.

Non è la prima volta che parlamentari di sinistra vengono beccati a trattare male i propri dipendenti e/o collaboratori. Infatti si ricorderanno le vicende della Boldrini, di Fico e di Di Maio.

Con un documentato articolo la giornalista Selvaggia Lucarelli ci fece conoscere infatti qualche tempo fa come l’ex presidente della camera Laura Boldrini, trattava i suoi collaboratori.

La madonnina laica, diventata portabandiera dei migranti, naturalmente clandestini, delle straniere dell’Est, delle donne, delle minoranze di qualsiasi genere, razza ed orientamento, si fece beccare per una vertenza di lavoro. Dal racconto della colf Lilia, moldava, quindi dell’est Europa, si apprese della sua denuncia al Caf per ottenere la liquidazione di 3000 Euro relativi al lavoro svolto in otto anni e 10 mesi.

Poi ci fu anche la storia di una sua collaboratrice parlamentare, che guadagnava 1.200/1.300 euro al mese e che riferì alla Lucarelli:” ho lavorato due anni e mezzo con la Boldrini, partivo il martedì alle 4,30 da Lodi per Roma, lavoravo per tre giorni 12 ore al giorno dalla mattina presto alle nove di sera.

Per il resto lavoravo da casa vacanze comprese… Da questo stipendio dovevo togliere costi di alloggio e dei treni da Lodi…..ero assunta come collaboratrice parlamentare…..ma il mio ruolo era anche pagare gli stipendi alla golf, andare a ritirare le giacche dal sarto, prenotare il parrucchiere praticamente facevo anche il suo assistente personale che è un altro lavoro”……..”a maggio finito il Lockdown ho chiesto di rimanere in smart working anche perché ho tre figli, di cui uno che si era ammalato seriamente E che doveva essere operato. A un certo punto parte del suo staff aveva pensato di fare anche una colletta per pagarmi i treni.., ho dato le dimissioni”.

Evidentemente questo comportamento è comune a tutti gli ultimi presidenti della Camera dei deputati, se è vero che anche Roberto Fico fu beccato dalla trasmissione “Le iene”, a negare di sapere che la propria compagna utilizzava una colf in nero nella casa in cui lui viveva quando era a Napoli.

Per questo motivo perse la causa con la trasmissione televisiva perché la colf Yvonne de Rosa faceva effettivamente le pulizie a casa e la babysitter per la figlia della sua compagna, guadagnando 500 Euro al mese ed alternandosi con un domestico ucraino, tale Roman.

Ed ecco per non essere da meno, Gigino Di Maio , l’ex capo supremo dei 5Stelle, negò che nella ditta del padre Antonio ci fossero dipendenti che lavoravano in nero.

La vicenda era partita dalla denunzia di un ex dipendente del padre di Di Maio raccolta da “Le iene”. Concittadino di Pomigliano d’Arco, Salvatore Pizzo lavorava nell’azienda edile che da trent’anni portava avanti il padre di Luigi, prima intestata alla madre, Paolina Esposito, e confluita poi nel 2012 in una Srl di proprietà al 50% del ministro e della sorella Rosalba.

Da tutti questi episodi emerge chiaramente che la filantropia nei confronti dei più poveri, dei diversi, degli immigrati clandestini, delle donne e dei lavoratori di questi esponenti di sinistra è solamente un’arma di battaglia politica, uno strumento di polemiche, frutto della loro ideologia progressista, che non nasce da una vera sensibilità di servizio all’uomo, né da una cultura dell’accoglienza e del riconoscimento della dignità del lavoro, ma dalla demagogia populista dell’interesse personale e di parte.

Riccardo Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale del CTS dell'UCID

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