Wynd Kaufmyn, 69 anni, insegnante in pensione di Berkeley, è diventata la prima persona incarcerata per una protesta contro l’intelligenza artificiale. Venerdì si è consegnata alle autorità di San Francisco dopo essere stata condannata per aver bloccato l’ingresso della sede di OpenAI, insieme ad altri membri del gruppo StopAI. L’azione, avvenuta nel 2025, aveva visto gli attivisti incatenarsi alle porte dell’azienda per denunciare la corsa verso la superintelligenza, definita “una minaccia esistenziale per l’umanità”.
Kaufmyn, che si era rifiutata di abbandonare il sit‑in, è stata riconosciuta colpevole di intralcio all’attività commerciale, violazione di domicilio e resistenza a pubblico ufficiale. Mentre veniva ammanettata, i manifestanti intonavano l’Inno di battaglia della Repubblica: “Alzatevi e unitevi a noi / Non lasciate che i magnati della tecnologia ci distruggano”. “È sconvolgente che chi conosce i pericoli dell’IA li persegua comunque”, ha dichiarato prima di entrare in prigione. “Non sono una martire, ma voglio lanciare l’allarme”.
La procuratrice Brooke Jenkins ha replicato che il verdetto “manda un messaggio chiaro: la sicurezza pubblica non può essere sacrificata”. Il caso ha acceso un dibattito globale. Il senatore Bernie Sanders ha chiesto di sospendere lo sviluppo dell’IA, temendo che possa generare nuove armi biologiche. Più di mille ricercatori hanno firmato una lettera di allarme sui rischi di una crescita incontrollata dei modelli. Secondo David Kreuger, esperto di sicurezza dell’Università di Montreal, Kaufmyn “potrebbe passare alla storia come la Rosa Parks del rischio IA”. Un paragone che lei stessa ha minimizzato, ma che segna un punto di svolta: la prima incarcerazione per una protesta contro l’intelligenza artificiale, simbolo di una tensione crescente tra etica, tecnologia e libertà civile.





