La polemica sui rapporti tra Budapest e Mosca si è aggravata dopo che il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha definito “perfettamente naturale” consultare interlocutori stranieri, compreso il collega russo Sergey Lavrov, prima e dopo le riunioni europee.
L’ammissione segue le rivelazioni su presunte telefonate effettuate durante i vertici Ue per aggiornare Mosca sui contenuti delle discussioni riservate. Da Bruxelles, l’Alta rappresentante Kaja Kallas ha fatto sapere che sentirà Szijjártó e che dagli Stati membri l’Unione si aspetta il rispetto dell’obbligo giuridico di “leale cooperazione”. Il caso ha assunto subito una dimensione politica e di sicurezza.
Il premier polacco Donald Tusk ha affermato che Varsavia sospettava “da molto tempo” fughe di notizie verso Mosca, aggiungendo che già nel 2019 la Lituania aveva segnalato in ambito Nato il rischio rappresentato da funzionari ungheresi. Secondo Reuters, il ministro lituano Gabrielius Landsbergis ha confermato che preoccupazioni analoghe erano emerse anche nel 2024 e che, in preparazione del vertice Nato di Vilnius del 2023, i rappresentanti ungheresi erano stati esclusi da alcune riunioni più sensibili. Budapest respinge le accuse, mentre Viktor Orbán ha ordinato un’indagine su quella che definisce un’intercettazione del proprio ministro.
Petrolio russo
La frattura con l’Ue si riflette anche sul dossier energetico. La Commissione europea ha rinviato a data da destinarsi la proposta legislativa, inizialmente prevista per il 15 aprile, per vietare in modo permanente le residue importazioni di petrolio russo. Il rinvio è legato sia al nuovo shock energetico provocato dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sia allo scontro con Budapest.
Secondo i dati citati da Reuters, ormai solo Ungheria e Slovacchia continuano a ricevere greggio russo. Budapest ha inoltre collegato il proprio veto al prestito europeo da 90 miliardi per Kiev al ripristino dei flussi attraverso l’oleodotto Druzhba, portando il confronto energetico al centro del negoziato politico.
Energia e Usa
Parallelamente, il ministro dell’Energia ucraino Denys Shmyhal ha riferito di aver discusso con il collega statunitense Chris Wright un possibile prestito da 1,4 miliardi di dollari da parte della U.S. International Development Finance Corporation per ripristinare gli impianti di produzione di gas danneggiati dagli attacchi russi. Funzionari americani e ucraini si sono inoltre riuniti a Kiev per il fondo congiunto di ricostruzione nato dall’accordo sui minerali, con l’obiettivo di approvare un primo investimento nei settori dei minerali critici, degli idrocarburi e delle tecnologie dual use.
Raid e difesa aerea
Sul fronte ucraino, la Russia ha lanciato oltre 400 droni in un raro attacco diurno che ha colpito anche l’ovest del Paese, lontano dal fronte. A Leopoli un drone ha danneggiato il centro storico, mentre a Ivano Frankivsk almeno due persone sono morte e altre sono rimaste ferite; obiettivi civili sono stati colpiti anche a Vinnytsia e Dnipro.
Particolarmente grave l’attacco a Leopoli, dove secondo la premier Yulia Svyrydenko è stata colpita la chiesa di Sant’Andrea, edificio del XVII secolo parte del sito Unesco. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha ha denunciato un “attacco brutale” contro una città di “eccezionale valore culturale” e ha chiesto una reazione “immediata e con la massima fermezza”.
L’offensiva segue i raid notturni precedenti, con 392 droni e 34 missili, almeno cinque morti e oltre venti feriti. Zelensky ha ribadito la necessità di rafforzare la difesa aerea. Il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha affermato che “gli ucraini hanno bisogno di circa 2.000 missili Patriot all’anno” e che “l’aritmetica è evidente: dobbiamo sviluppare la nostra produzione di missili”, aggiungendo che la Germania possiede già la licenza e che in Europa si studiano sistemi antibalistici più economici e producibili su larga scala.
Elezioni ucraine
Sul piano politico, il Cremlino ha rilanciato il tema della legittimazione del potere a Kiev. Nel briefing quotidiano riportato dalla Tass, il portavoce Dmitry Peskov ha detto che la questione delle elezioni presidenziali ucraine “è ancora attuale” e che spetta a Kiev stabilire “come legittimare la continuazione del mandato del capo dello Stato”. La dichiarazione arriva mentre in Ucraina continua a prevalere la linea secondo cui elezioni regolari non possono essere organizzate finché resta in vigore la legge marziale e prosegue la fase attiva della guerra.





