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Campidoglio di Washington

Midterm 2026: l’America al voto tra guerra, inflazione e identità

mercoledì, 4 Novembre 2026
3 minuti di lettura

Mentre scriviamo, i seggi sono ancora aperti e i risultati lontani. Un’America profondamente divisa si sta recando alle urne per eleggere il nuovo Congresso, l’organo legislativo del Paese.

I sondaggi danno i democratici in vantaggio con margini tali da far parlare di una vera e propria “onda blu” destinata a conquistare entrambe le camere. Eppure, proprio l’ampiezza di questo distacco invita alla prudenza: l’elettorato trumpiano si concentra nel Midwest e nelle zone rurali, realtà geograficamente vaste e frammentate che i sondaggi tradizionalmente faticano a raggiungere. È il cosiddetto shy voter trumpiano, un fenomeno documentato già nelle elezioni del 2016 e del 2020. L’ipotesi che circola nelle ultime ore è che la Camera dei Rappresentanti passi ai democratici, mentre il Senato rimanga in mani repubblicane.

La distinzione tra Camera e Senato

La distinzione tra Camera e Senato è essenziale per comprendere la situazione: i due rami del Congresso hanno modalità di rinnovo differenti e rispondono a geografie elettorali diverse. Una vittoria democratica alla Camera, accompagnata dalla conservazione del Senato da parte repubblicana, produrrebbe un equilibrio istituzionale molto diverso da una conquista democratica di entrambe le assemblee.

I primi risultati ci diranno qualcosa in più. La cautela, in ogni caso, è d’obbligo.

Queste elezioni di midterm sono state segnate da accuse di brogli e comportamenti scorretti, talvolta non del tutto infondate. Il caso più emblematico viene dall’Alaska, dove il Partito Democratico ha candidato un personaggio pressoché sconosciuto che condivide il nome con un senatore repubblicano di lungo corso suo diretto rivale: una mossa che rasenta la slealtà istituzionale, qualunque sia la sua efficacia pratica. Il clima di accuse e il fatto che in molti collegi sia previsto un testa a testa rende probabile che le contestazioni post-voto ritardino la definizione del risultato finale.

Le sfide economiche

Detto questo, i motivi di preoccupazione per i repubblicani sono reali. Il vero problema per Trump non è tattico, ma strategico: ha vinto nel 2024 promettendo di non portare l’America in guerra e di mettere gli americani al primo posto. Oggi gli Stati Uniti sono impegnati militarmente in Iran, la benzina costa cara, e il carobenzina trascina con sé il prezzo di quasi tutto il resto. I dazi, strumento prediletto di una visione protezionistica dell’economia, hanno gonfiato l’inflazione – inevitabilmente, dal momento che il costo dei dazi ricade sul consumatore finale, non sul produttore straniero. Lo Stato ha incassato; i cittadini hanno pagato. Per molti elettori che avevano creduto nella promessa di un’America più ricca e più in pace, questo è un conto difficile da ignorare.

A tenere compatto il blocco repubblicano è soprattutto l’identità religiosa, in particolare quella evangelica, che funziona da cemento culturale oltre che politico. Il rifiuto delle politiche di “ingegneria sociale” degli ultimi anni – dal gender fluid alle politiche inclusive nelle scuole – è percepito come difesa di un’America che si sente minacciata nel suo assetto culturale tradizionale. Su questo si innesta anche il tema dell’immigrazione: l’arrivo massiccio di persone da paesi musulmani e dall’India alimenta in una parte dell’elettorato la sensazione che l’identità nazionale stia cambiando troppo in fretta, e senza che nessuno abbia chiesto il permesso. Si registra invece un allontanamento dell’elettorato cattolico tanto che Trump si è fatto fotografare in preghiera con i vescovi cattolici. Al di là della foto va considerato che il cattolicesimo americano è molto eterogeneo: comprende comunità latinoamericane, polacche, irlandesi, italiane, con sensibilità spesso diverse su immigrazione, economia e diritti civili.

Un elemento interessante è l’ostilità crescente degli americani verso i data center legati all’intelligenza artificiale. Considerati isole estranee al territorio che creano più problemi che benefici alle comunità locali. Il consumo di energia e acqua, l’impatto sulle reti locali e i vantaggi economici spesso non proporzionati ai costi sostenuti dalle comunità alimentano l’opposizione agli insediamenti e i democratici hanno individuato in questa contraddizione un tema di mobilitazione.

La spaccatura democratica

L’eventuale onda blu non sarà, però, un blocco monolitico. Il Partito Democratico si presenta a queste elezioni con una spaccatura interna tutt’altro che sanata: da un lato, una nuova generazione di eletti di ispirazione socialista – socialismo americano, che ha poco a che fare con le tradizioni europee, e molto invece con l’idea di un welfare robusto e di un’economia più equa – dall’altro, i liberal di vecchia scuola, eredi delle amministrazioni Obama e Clinton, ancora concentrati sui diritti delle minoranze e sostanzialmente a loro agio con il sistema capitalistico che i primi vogliono riformare in profondità. Sono due visioni del mondo che convivono a fatica, e che una vittoria elettorale non risolverà.

Che i democratici conquistino una camera sola o entrambe, costituiranno certamente un ostacolo all’azione presidenziale, ma entro certi limiti. Potrebbero esserci ripercussioni sulla conduzione della guerra in Iran, ma da tempo il Congresso ha in larga misura abdicato al suo ruolo di legislatore, delegando di fatto poteri crescenti al Presidente. Un’inversione di tendenza improvvisa appare difficile da immaginare. Va ricordato, inoltre, che il Presidente dispone in ogni caso del potere di veto, e Trump ha già annunciato che intende esercitarlo con larghezza. Nell’ipotesi in cui i democratici conquistassero entrambe le camere, è invece probabile che si moltiplicassero le commissioni d’inchiesta sulla corruzione all’interno del governo. Un’eventuale procedura di impeachment contro Trump appare invece poco plausibile: tempi e modalità sono tali che si esaurirebbe oltre la fine del mandato presidenziale, privandola di qualsiasi efficacia pratica.

Questa notte, dunque, l’America non deciderà chi governerà il Paese, quello è già stabilito fino al 2028. Deciderà quanto spazio di manovra avrà chi governa, e quanto rumore farà chi si oppone. Non è poco, ma non è nemmeno tutto.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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