Chi come me, meridionale al Nord da 53 anni, ricorda bene la Lega delle origini e fatica a credere ai propri occhi. Il Congresso federale straordinario riunito a Milano ha approvato all’unanimità una «mozione politica per il Mezzogiorno» che riconosce al Sud un ruolo centrale nel progetto nazionale del partito. Primi firmatari alcuni politicanti meridionali leghisti dell’ultima ora, più per opportunità che per credo, che per età non hanno vissuto le divisioni geografiche della prima vera Lega. Quindi non uniscono visione a sentimenti. Per chi invece ha vissuto la Storia, conosciuto la Lega degli anni Ottanta, gli slogan contro «Roma ladrona», le invettive sul Sud assistito e poi, nel 1996, la proclamazione della Padania a Venezia, la domanda è inevitabile: tradimento? evoluzione? convenienza politica?
La Lega vera, quella dei militanti del nord non è molto cambiata dalle sue origini. Basta trovarsi a tavola o nelle strade per rendersene conto. Partiamo dai principi. Il nucleo dottrinario della Lega di Umberto Bossi, al netto del folklore e degli eccessi verbali, si reggeva su tre idee. La prima: lo Stato centralista era inefficiente e redistribuiva risorse senza chiedere conto di come venissero spese. La seconda: i territori dovevano poter governare se stessi, trattenendo una quota maggiore della ricchezza prodotta. La terza, la più solida sul piano intellettuale secondo Gianfranco Miglio: l’Italia andava ripensata come federazione di grandi aree omogenee. Nei documenti più seri il bersaglio non era il meridionale in quanto tale, ma un sistema di spesa pubblica che, secondo i leghisti, premiava il clientelismo e puniva chi produceva.
Il documento ora approvato si fonda sul federalismo inteso come unità nella diversità, che valorizza le specificità territoriali senza contrapporre Nord e Sud: ma è la stessa premessa autonomista, applicata a un’altra latitudine. Chiedere che gli investimenti si trasformino in crescita stabile e che lo sviluppo economico cammini insieme a sicurezza e legalità, versione meridionale della annosa polemica contro la spesa improduttiva. Ci sono però almeno tre nodi che sarebbe ingenuo ignorare.
Il primo: il federalismo leghista nasceva per togliere poteri a Roma; qui si chiede a Roma di esercitarli meglio. Un errore? O un cambio di visione? Il secondo è di sostanza. L’autonomia differenziata, bandiera storica della Lega è vista dal Mezzogiorno come il rischio di aumentare i divari. La mozione potrà essere credibile solo se la Lega dirà con chiarezza che nessuna autonomia può partire senza i livelli essenziali delle prestazioni definiti e, soprattutto, finanziati. Sanità e scuola i banchi di prova.
Il terzo è di credibilità. I critici, anche dentro alla Lega, leggono l’espansione meridionale più come una raccolta di consenso politico leghista salviniano affidata a politicanti locali meridionali più che vero un progetto di cambiamento. Buona parte della base leghista settentrionale teme di smarrire la propria identità, identità a cui sono molto legati. Sono obiezioni serie, dove il documento congressuale dovrà tradursi in comportamenti.
Ma un indizio utile, di controsenso, viene già dallo stesso congresso, che ha approvato anche la mozione sulla «questione settentrionale» come motore del cambiamento del Paese. La Lega prova cioè a tenere insieme due questioni che per trent’anni sono state l’una contro l’altra: un Nord produttivo e un Sud improduttivo ma che ora deve correre. È un’immagine suggestiva. Conciliazione possibile? Non credo. Forse ad una condizione: che il federalismo torni a significare responsabilità e non rivendicazione. Bossi pretendeva che chi governa rispondesse di come spende il denaro pubblico. La stessa regola, applicata con rigore al Mezzogiorno, sarebbe la miglior garanzia per i suoi cittadini, che da troppo tempo pagano l’inefficienza di amministrazioni distratte.
La mozione approvata sembra al momento più una boutade congressuale in previsione delle prossime elezioni. La vera misura arriverà dalle leggi di bilancio, dai cantieri aperti e chiusi, dall’attuazione dei livelli essenziali, veri termometri di questa proposta di espansione politica leghista nazionale. La Lega dovrà prima tradurre questi indirizzi in scelte concrete ma convincere la Base e le sue diverse sensibilità politiche interne, che conosco bene nella vita reale, non sembra ad oggi possibile. Sembra più l’ennesimo documento congressuale approvato ma poi subito dimenticato appena fuori dalla sala.





