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Il dissenso, la protesta e la violenza: una questione di proporzione

Caro vita e diritti sociali, la politica è chiamata a dare risposte concrete e tempestive, favorendo il dialogo e impedendo che il malcontento degeneri in scontro
mercoledì, 21 Ottobre 2026
3 minuti di lettura

Le proteste italiane non sono tutte uguali. Nel Mezzogiorno, diversi presidi di agricoltori e autotrasportatori contro il caro carburanti sono rimasti pacifici, mantenendo aperta l’interlocuzione. In alcune città del Nord i cortei sono stati accompagnati da aggressioni, danneggiamenti e saccheggi. Una differenza da analizzare senza confondere territori, categorie e responsabilità.

La dinamica delle manifestazioni

Al Sud non sono mancati blocchi, tensioni e conseguenze sugli approvvigionamenti. Sarebbe dunque inesatto descrivere ogni iniziativa come priva di disagi. Esistono esempi significativi: presidi calabresi con mezzi parcheggiati a bordo strada e rallentamenti limitati; a Gela, una protesta descritta come pacifica, pur con momenti di tensione. I trasportatori siciliani hanno inoltre indicato condizioni per revocare il fermo: impegni ministeriali e un incontro. La pressione conserva così un obiettivo riconoscibile e una possibile via d’uscita negoziale.

Diverso il quadro degli scontri di Milano, Torino e Bologna. A Milano, secondo la ricostruzione di alcune fonti giornalistiche, gruppi violenti hanno preso il sopravvento sulle manifestazioni di protesta. Le responsabilità non ricadono su tutti: le richieste dei manifestanti pacifici sono state oscurate dalla distruzione.

La distinzione riguarda i comportamenti, senza attribuire virtù o colpe a interi territori: cercare una soluzione praticabile e negoziata oppure lasciare che lo scontro sostituisca la rivendicazione fine a sé stessa.

Organizzatori e sigle

Anche gli organizzatori vanno distinti. Nei presidi meridionali compaiono associazioni e comitati di categoria, fra cui Fedralog in Calabria e il Comitato trasportatori siciliani. L’USB (Unione Sindacale di Base) sostiene le mobilitazioni e propone interventi sui prezzi dei carburanti e dei beni essenziali, maggiore remunerazione dei produttori agricoli e tassazione straordinaria dei grandi profitti. Proposte da discutere nel merito, sulle quali aprire un confronto.

La mobilitazione studentesca ha propri promotori, fra cui l’OSA (Opposizione Studentesca d’Alternativa), con la partecipazione di Cambiare Rotta e collettivi locali. Le richieste riguardano finanziamenti all’istruzione, sicurezza degli edifici, costi sostenuti dagli studenti e ritiro delle misure scolastiche contestate. Esplicita la richiesta di destinare più risorse alla scuola e meno alle spese militari. La loro presenza non dimostra responsabilità per ogni episodio nei cortei.

Il confronto con il modello francese

Il confronto con la Francia presenta analogie e differenze. Oltralpe la protesta studentesca denuncia carenza di docenti, sovraffollamento delle classi, condizioni degli edifici e difficoltà nell’accesso all’università. Si è poi incontrata con la mobilitazione contro il carovita e l’indebolimento dei servizi pubblici, coinvolgendo sindacati e componenti dei gilet gialli. Anche qui, manifestazioni pacifiche e gruppi dediti agli attacchi hanno occupato le stesse giornate di protesta.

«Facciamo come in Francia» è comparso nelle piazze italiane: il riferimento è dichiarato. Esistono parole d’ordine condivise e un’ispirazione comune. Non sono invece emersi, nelle fonti esaminate, elementi sufficienti per attribuire tutte le mobilitazioni a una direzione internazionale unica. Gli eventuali rapporti operativi fra i promotori dei due Paesi restano da documentare.

Posizioni politiche e responsabilità

Il sostegno politico assume forme differenti. In Francia Jean-Luc Mélenchon, fondatore della France insoumise, formazione della sinistra radicale, sostiene la mobilitazione e ha invitato alla non violenza. Raphaël Glucksmann, cofondatore di Place publique, partito della sinistra socialdemocratica ed europeista, ha escluso la legittimità della violenza in democrazia.

In Italia Sala e Bonelli hanno condannato gli attacchi. Il 18 ottobre Schlein ha dichiarato: «Noi non c’entriamo niente con i delinquenti. Li abbiamo sempre condannati», difendendo le proteste pacifiche aggiungendo che i violenti non debbono essere usati per oscurare chi protesta lealmente. Conte ha ribadito la condanna e chiesto risposte al disagio reale. Fratoianni e Bonelli hanno proposto una manifestazione su carovita e salari, alla quale Schlein ha aperto.

Resta il merito delle rivendicazioni. Scuola, redditi e sopravvivenza delle imprese sono questioni serie, talvolta costose e difficili. Appartengono però al terreno delle decisioni pubbliche, degli stanziamenti e della mediazione. Il governo deve ascoltare, indicare interlocutori e offrire risposte credibili. La protesta può essere energica e disturbare la normalità. Ma quale rapporto di proporzione esiste fra la rivendicazione di questi obiettivi e un negozio saccheggiato o un agente aggredito?

Gli esempi di mobilitazione pacifica mostrano che anche difficoltà urgenti possono essere rappresentate senza devastare. La sproporzione fra richieste e distruzione rende quindi ragionevole domandarsi se alcuni gruppi utilizzino il disagio come occasione per cercare uno scontro fine a se stesso.

Alle forze politiche che sostengono le proteste spetta contribuire a ricondurle nella dialettica democratica: isolare chi aggredisce, chiedere impegni agli organizzatori e trasformare le rivendicazioni in proposte negoziabili. Condannare è necessario; agire da parte di maggioranza e opposizione – affinché ciascuno riporti il dibattito nell’alveo democratico e le violenze non si ripetano – è il passo successivo.

La ricerca del consenso elettorale comporta una responsabilità verso la stabilità del Paese, che riguarda maggioranza e opposizioni. Un’Italia capace di affrontare i propri conflitti senza lasciarsene paralizzare può presentarsi con maggiore credibilità e forza negoziale fra i partner europei. La polarizzazione esasperata, invece, può offrire spazio alla propaganda e a strategie di guerra ibrida interessate ad approfondire le divisioni interne e a indebolire la coesione europea. Questo paventato è solo un rischio e non afferma una regia esterna delle proteste: richiama la politica al dovere di non alimentare fratture che altri potrebbero sfruttare. Il consenso si cerchi nelle soluzioni, senza compromettere la capacità del Paese di decidere e di contare in Europa.

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