0

La nostra vita? Che sia un pellegrinaggio verso l’amore universale

I Cammini, San Francesco, la salute del Papa ci interrogano
mercoledì, 14 Ottobre 2026
2 minuti di lettura

Tre eventi recenti interrogano il mio spirito: 1. quest’anno tanti giovani hanno fatto vacanza percorrendo Cammini di spiritualità (da Santiago di Compostela, alla Sardegna, altrove) un segno del bisogno e della ricerca di andare oltre il metaverso in cui oggi sempre più viviamo?; 2. la grande festa di Assisi per gli ottocento anni della morte di San Francesco simbolo dei valori fondanti di ogni umanità; 3. la notizia della malattia del Papa che ha messo tutto il mondo cattolico in preghiera. Qui lo Spirito pone una domanda, forse scomoda: in che realtà stiamo camminando? Carriera, megalomania, successo a tutti i costi, violente distruzioni umanitarie, la natura che si ribella: in quale direzione vanno le nostre anime?

La qualità delle relazioni

Chi esercita la medicina coglie presto che la vita di un uomo si misura nella qualità delle relazioni che ha costruito. I pazienti che affrontano meglio la malattia non sono i più forti o i più ricchi, ma quelli che hanno costruito una rete di affetti capace di sostenerli. La rete delle relazioni sono un cammino, un pellegrinaggio verso gli altri. Il pellegrinaggio «immagine antica, scomodo per la sensibilità contemporanea, perché implica fatica». Abbiamo sostituito il cammino con la corsa, la meta con la performance, l’attesa con l’istantaneità. Ma il pellegrino nel cammino non cerca la velocità cerca il senso. Cammina non per arrivare prima, ma per arrivare trasformato.

Il modello di San Francesco

Per questo è sorprendente vedere che a riscoprire questa vacanza dello spirito siano oggi proprio i giovani, quelli che davamo per prigionieri dello schermo e del messaggio breve: zaino in spalla, ostelli condivisi, fatica e silenzio. Un traguardo sudato resta, uno regalato svanisce. Ad Assisi, nel ricordo di San Francesco, questa intuizione ha il suo volto più alto. Figlio di un ricco mercante, depose abiti e certezze e scelse la strada, la povertà, la fraternità con ogni creatura, fino a chiamare sorella perfino la morte. Fu il pellegrino dell’amore universale per eccellenza, e non è forse un caso che molti dei nuovi camminatori incrocino oggi proprio i suoi sentieri.

L’esercizio della cura

Amore universale significa la capacità progressiva che abbiamo di allargare il cerchio delle persone a cui vogliamo offrire la nostra attenzione, la nostra cura: dalla famiglia all’amico e allo sconosciuto, al paziente che affidiamo alle nostre mani ma anche a chi la pensa diversamente da noi o che ci abbia fatto addirittura del male. È un esercizio che nessuna tecnologia può accelerare e nessun algoritmo può simulare, perché richiede tempo, pazienza, errori e la disponibilità a essere cambiati da chi incontriamo. Le grandi tradizioni dell’umanità, dal Vangelo agli stoici, dal buddhismo all’umanesimo italiano, indicano la stessa direzione: l’uomo si realizza non accumulando ma donando.

La lezione della fragilità

Poi c’è la notizia dell’intervento chirurgico del Papa. Da chirurgo so che davanti al bisturi siamo tutti uguali: chi porta l’anello del Pescatore ha lo stesso corpo, la stessa attesa, gli stessi timori, quelli di ogni paziente. Rivolgo a sua Santità un augurio sincero di pronta guarigione. Ma vi leggo anche un insegnamento: un Pontefice che si affida alle mani di altri uomini ricorda che la fragilità è parte del nostro cammino terreno. Da medico ho imparato che questo cammino non è astratto: si compie nelle piccole scelte quotidiane. Nel modo in cui si comunica una diagnosi difficile, nel tempo dedicato ad ascoltare oltre che a curare. Nella capacità di vedere, in ogni paziente, non un caso clinico ma una persona con una storia, una famiglia che soffre, la paura di non farcela.

È lì che misuriamo se la nostra vita procede davvero verso l’amore universale o si sia fermata lungo la strada. Forse è questo il compito più urgente della nostra epoca: recuperare l’idea che la vita non sia un feudo da difendere ma un cammino da percorrere insieme agli altri, verso una meta che nessuno potrà raggiunge da solo. Il pellegrinaggio, appunto: fatto di fatica, di soste, di compagni di viaggio inattesi e, soprattutto di una direzione che non si esaurisce in noi stessi ma si apre, passo dopo passo, verso chi ci sta accanto e verso chi ancora dovremo conoscere.

Antonio Cisternino

Antonio Cisternino

Medico-Chirurgo
Responsabile nazionale Sanità UDC

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

Fonti rinnovabili: in due anni investimenti su del 24%

L’IEA, l’Agenzia internazionale intergovernativa dell’energia fondata nel 1974 dall’OCSE in…

“Verde è Popolare” avvia i motori. Balducci: nuovo ambientalismo. Rotondi: popolari senza confini

“Abbiamo creato una idea nuova diventata partito. Noi uniremo due…