Esistono voci che appartengono a un’epoca e voci che l’epoca la attraversano senza lasciarsi toccare. Quella di Mina è della seconda specie, la più rara. Mina, all’anagrafe Anna Maria Mazzini, pubblica domani venerdi 9 ottobre il suo nuovo Album intitolato «Dilettevoli inedite eccedenze» per l’etichetta PDU. 10 Brani, scelti tra nuovi (selezionati da un archivio immenso) ed inediti con omaggi a colonne musicali come Beatles e Pino Daniele.
La carriera
Mina ha attraversato più di sei decenni di musica italiana restando sempre se stessa e sempre artisticamente unica. Tra medicina e musica Mina e Battisti sono stati l’architrave musicale del mio tempo, quando l’emozione doveva avere musicalmente un volto. Mina la voce senza tempo. Cosa rende una voce senza tempo? Non la potenza, benché Mina ne abbia da vendere, né l’estensione, che pure è prodigiosa. È la libertà. Mina non canta una canzone: la abita, la piega, la restituisce come se fosse nata in quel preciso istante.
L’evoluzione artistica
Quando esordì, alla fine degli anni Cinquanta, ruppe con l’eleganza compassata della canzone di allora e portò in Italia un modo di cantare nuovo, ritmico, sensuale, nutrito di jazz e di soul. Da «Il cielo in una stanza» a «Se telefonando», da «Parole parole» a «Grande grande grande», ogni brano che ha toccato è diventato suo, al punto che dimentichiamo chi lo abbia scritto. La voce è uno degli strumenti più complessi che il corpo umano possieda: respiro, muscoli, risonanza, memoria dell’orecchio. In Mina la tecnica è così assoluta da farsi invisibile, e ciò che resta è la naturalezza, la sensazione che cantare sia per lei facile come parlare. È l’inganno dei grandi: rendere necessario un accessorio e leggera la fatica.
Ma la sua è stata anche una lezione di intelligenza artistica. Mina ha saputo scegliere, da Paoli a Battisti, da Morricone a Fossati e ha trattato il repertorio come materia viva, da attraversare e rinnovare. Non si è mai chiusa in un genere: ha cantato il jazz e il pop, la melodia e il rock, il tango e la canzone d’autore, restando riconoscibile in ogni registro. Questa libertà non è stata soltanto estetica, ma anche imprenditoriale. Già alla fine degli anni Sessanta Mina fondò una propria etichetta, la PDG, assumendo il controllo della produzione dei suoi dischi, in anticipo di decenni su quanto oggi pretendono molti artisti. Decidere che cosa incidere, come e quando, senza concedere nulla alle logiche del mercato, il segno di una personalità che ha sempre considerato la musica una responsabilità prima ancora che un mestiere.
Il silenzio
Chi la ascolta oggi avverte questa coerenza in ogni nota: una voce che non ha mai dovuto fingere. C’è poi il gesto più audace della sua carriera, quello che nessun manuale del successo avrebbe consigliato: il silenzio. Nell’agosto del 1978, all’apice della popolarità, Mina salutò il pubblico dal palco della Bussola, in Versilia, e non tornò mai più a esibirsi dal vivo. Aveva trentotto anni. Scelse di sottrarsi all’immagine per consegnarsi interamente alla voce. In un’epoca in cui tutto si mostra, ha dimostrato che si può essere presenti senza essere visibili, e che il mistero, se custodito con coerenza, non invecchia. Da allora è rimasta con noi attraverso i dischi, uno dopo l’altro, con una regolarità quasi artigiana e attraverso quella voce che il tempo sembra aver levigato senza mai consumare. Le generazioni si sono succedute, i gusti sono cambiati, le mode sono passate: Mina è rimasta. Anche i giovani la scoprono come se fosse sua loro contemporanea, perché in fondo lo è. Forse il segreto è tutto qui. Il tempo scorre su ciò che è legato al proprio momento, ma scivola via da ciò che parla direttamente all’emozione, che non ha età. Una voce autentica non ha bisogno di essere attuale: è l’attualità che, prima o poi, torna a cercarla. Per questo, a distanza di tanti anni, ascoltare Mina non è mai un esercizio di nostalgia. È un incontro. Ogni volta, come la prima.





