Il Misery Index di Confcommercio (MIC) torna a salire e raggiunge a settembre uno dei livelli più elevati degli ultimi anni. L’indice elaborato dall’Ufficio Studi dell’associazione ha registrato un incremento di 0,4 punti, passando dagli 11,8 di agosto ai 12,2 punti di settembre. Si tratta del valore più alto da febbraio 2024. L’aumento segnala un ampliamento dell’area di sofferenza economica e risulta legato soprattutto alla dinamica dei prezzi dei beni e dei servizi acquistati con maggiore frequenza dalle famiglie. La crescita su base annua di questo paniere è infatti accelerata in maniera significativa, passando dal 4,3% di agosto al 5,3% di settembre. È proprio la componente inflazionistica, quindi, a determinare il principale peggioramento registrato dall’indicatore nel corso dell’ultimo mese.
Energia e alimentari spingono i prezzi
A determinare l’accelerazione dei listini sono soprattutto i rincari dei prodotti energetici e degli alimentari freschi, che continuano a rappresentare una componente particolarmente sensibile per la spesa quotidiana delle famiglie. A questa dinamica si sono aggiunte, dall’inizio dell’estate, le tensioni sui prezzi di alcuni beni tecnologici, riconducibili a criticità strutturali del comparto. L’effetto complessivo è stato un nuovo incremento dei prezzi dei beni acquistati con maggiore frequenza, con una conseguente pressione sulla capacità di spesa. Il quadro che emerge dal Misery Index evidenzia quindi come l’andamento dei prezzi continui a rappresentare uno dei principali fattori di vulnerabilità per l’economia, soprattutto in una fase nella quale le famiglie devono fare i conti con aumenti che interessano beni e servizi di uso ricorrente.
Mercato del lavoro stabile
A contenere, almeno in parte, l’impatto della dinamica inflazionistica contribuisce la tenuta del mercato del lavoro. Secondo le stime riportate da Confcommercio, il tasso di disoccupazione ufficiale si attesta al 5,9%, mentre il tasso di disoccupazione esteso, che comprende anche la cassa integrazione, rimane stabile al 6,6%. La sostanziale stabilità del mercato del lavoro rappresenta dunque un elemento di compensazione rispetto alla maggiore pressione esercitata dall’aumento dei prezzi. Il quadro complessivo resta però condizionato dalla capacità delle famiglie di assorbire i rincari senza modificare in modo significativo le proprie abitudini di consumo.
Resta il rischio di nuovi rincari
Lo scenario per la parte finale del 2026 presenta inoltre un elemento di attenzione legato alla possibilità di un ulteriore trasferimento dei rincari ad altri settori merceologici. Se questa tendenza dovesse proseguire, l’aumento dei prezzi potrebbe estendersi progressivamente a un numero più ampio di beni e servizi, accrescendo la pressione sui bilanci familiari. Il rischio, secondo l’analisi di Confcommercio, è che questo scenario possa condizionare le decisioni di spesa delle famiglie proprio nei mesi invernali.
Possibili effetti sui consumi
Una maggiore cautela nelle scelte di acquisto potrebbe avere riflessi anche sull’andamento dei consumi e, più in generale, sui ritmi di crescita dell’economia. Il dato di settembre consegna quindi un quadro nel quale l’inflazione torna a essere il principale elemento di pressione sul disagio economico, mentre il mercato del lavoro mantiene una sostanziale stabilità. Per i prossimi mesi, l’evoluzione dei prezzi e la loro eventuale diffusione ad altri comparti saranno dunque tra gli elementi da monitorare con maggiore attenzione.





