Pedro Sánchez non si dimette. Scioglie le Cortes e chiede agli spagnoli di ridargli una maggioranza. Martedì sera, con un discorso istituzionale dalla Moncloa, il premier spagnolo ha annunciato elezioni generali anticipate per il 29 novembre, dopo che la legge di emergenza sull’edilizia abitativa è stata affossata in Parlamento dai partiti di destra. Non è una resa. È una scommessa. Sánchez trasforma una sconfitta parlamentare in una prova elettorale, e lo fa con un calcolo preciso: il Parlamento che ha di fronte non gli consente di governare, e allora chiede agli elettori di cambiarlo. “Per fare di più, dobbiamo rinnovare e ampliare il sostegno delle persone”, ha detto. “Ora tocca a voi”.
Il quadro politico spagnolo
Sánchez governa dal 2023 con una coalizione progressista e il sostegno esterno dei partiti indipendentisti catalani e baschi. Una maggioranza che ha tenuto, ma a costo di continue negoziazioni, e sulla legge per l’edilizia abitativa, uno dei provvedimenti simbolo della legislatura, si è spezzata. La legge prevedeva un tetto agli affitti nelle zone ad alta tensione e incentivi per i proprietari che affittavano a canone calmierato. Per la destra, era un intervento dirigista dello Stato; per il governo, una risposta a una delle emergenze sociali più gravi del Paese. La Spagna ha visto gli affitti aumentare del 60 per cento in dieci anni, e i giovani sotto i 35 anni hanno un tasso di emancipazione tra i più bassi d’Europa. È su questa frattura, tra chi chiede più protezione e chi difende il mercato, che la legislatura si è arenata. Il quadro è frammentato. Il Partito Popolare di Alberto Núñez Feijóo è in testa nei sondaggi, ma non ha i numeri per governare da solo. Vox, il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal, è in ascesa e potrebbe diventare decisivo per la formazione di una maggioranza. A sinistra, Sánchez è contestato da una parte del suo stesso partito, che teme l’usura dopo otto anni al governo. E i partiti indipendentisti, che hanno sostenuto la legislatura, non hanno ancora sciolto la riserva su un eventuale appoggio nella prossima. La Spagna entra in campagna elettorale senza una maggioranza predefinita, con quattro possibili scenari e nessuna certezza: una maggioranza di destra con Vox, una di sinistra con gli indipendentisti, una grande coalizione, o l’ingovernabilità. Il voto spagnolo dirà se l’Europa crede ancora nella politica come strumento di cambiamento. Sánchez ha rivendicato i risultati degli ultimi tre anni: la Spagna come economia a più rapida crescita dell’UE, il Pil è cresciuto del 3,2 per cento nel 2025 e dovrebbe superare il 2,5 per cento quest’anno, contro lo 0,7 della Germania e lo 0,9 della Francia, il potere d’acquisto aumentato tre volte più che in Francia e Germania, la disoccupazione ai minimi dal 2008, le rinnovabili oltre il 50 per cento del mix energetico. Ha riconosciuto errori e disuguaglianze che restano. Ma ha posto la scelta in termini netti: “Volete che la Spagna si unisca all’onda di estrema destra che sta causando regressioni ovunque governi? O volete che resti un baluardo di apertura, giustizia sociale e responsabilità ambientale?”
La posta in gioco europea
La decisione arriva mentre in Europa le maggioranze sono sempre più fragili. In Francia il governo di minoranza combatte per far passare la manovra; in Germania la coalizione è sotto pressione. La Spagna non è un’eccezione: è un caso che rende visibile una tendenza più ampia. In un’Europa dove le democrazie sono sempre più frammentate e i governi sempre più fragili, dalla Francia alla Germania, dai Paesi Bassi al Belgio, la scelta di Sánchez è una delle poche mosse che prova a ricostruire una maggioranza invece di limitarsi a gestire l’immobilismo. Chiede agli elettori di dargli i numeri per governare, invece di negoziare ogni giorno con chi non condivide il suo progetto.
Responsabilità o azzardo
È un caso di responsabilità politica, o di azzardo, a seconda dei punti di vista. Ma è una risposta alla crisi di legittimità che attraversa le democrazie europee: quando un governo non ha i numeri, non resta che chiederli a chi li dà. La campagna elettorale spagnola sarà un test per tutta l’Europa. Il voto del 29 novembre dirà se la Spagna conferma la rotta progressista degli ultimi otto anni o se sceglie la destra. E dirà se la strategia di Sánchez, chiedere agli elettori di sciogliere il nodo parlamentare, è replicabile altrove, o resta un’eccezione in un continente dove i governi preferiscono sopravvivere giorno per giorno. Il premier ha chiuso il discorso con una frase che è insieme un appello e un congedo: “Ho fiducia nei miei concittadini. Lavoreremo per guadagnarci la vostra fiducia. E per vincere ancora una volta”. Ora la parola passa agli spagnoli.
La lezione di De Gasperi
La democrazia non è soltanto un metodo per decidere chi governa, ma una responsabilità verso chi verrà dopo. Governare significa scegliere, e scegliere significa rispondere a qualcuno. Quando i numeri non bastano, non resta che chiedere agli elettori di darli. È quello che ha fatto Sánchez. È quello che, in forme diverse, stanno facendo o subendo molte democrazie europee. La vera domanda non è se la Spagna cambierà governo. È se l’Europa saprà ancora chiedere ai cittadini di scegliere, invece di lasciarli spettatori di un sistema che non riesce più a decidere. Il problema non è la Spagna. È se la democrazia rappresentativa, nata per decidere, sappia ancora farlo. E se i cittadini, chiamati a scegliere, credano ancora che la loro voce conti.





