Un calo contenuto, che segnala sì un miglioramento, ma che tutto sommato non modifica il quadro di fondo: nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, pari a circa 13 milioni e 265mila persone, rispetto al 23,1% dell’anno precedente.
Il dato, diffuso ieri dall’Istat nel report su reddito e condizioni di vita, ha fatto la sintesi tra tre fattori: rischio di povertà, grave deprivazione materiale e sociale e bassa intensità di lavoro. La componente più dinamica riguarda il mercato del lavoro.
La quota di persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa si è ridotto all’8,2% dal 9,2%, con un coinvolgimento di circa 3,9 milioni di individui. Il dato ha riflettuto l’aumento dell’occupazione registrato nel corso dell’anno. Più stabile la componente reddituale: la quota di individui a rischio di povertà è restato al 18,6%, mentre è cresciuta la percentuale di chi si trovava in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, che è salita al 5,2%, interessando oltre 3 milioni di persone.
Le differenze territoriali restano ampie. Il Nord-est si conferma l’area con la minore incidenza di rischio (11,3%), seguito dal Nord-ovest e dal Centro, mentre il Mezzogiorno mantiene i livelli più elevati con il 38,4%, pur in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Il divario territoriale si riflette anche nei livelli di reddito e nelle opportunità occupazionali.
Tipologia familiare
L’analisi per tipologia familiare evidenzia condizioni molto differenziate. Il rischio di povertà o esclusione sociale supera il 30% tra monogenitori e coppie con tre o più figli, mentre resta più contenuto per le coppie senza figli, in particolare quelle più giovani.
Le persone sole presentano livelli elevati, soprattutto nelle fasce di età più avanzate. Segnali di miglioramento si registrano per alcune categorie familiari, ma persistono criticità legate alla conciliazione tra lavoro e carichi familiari.
Un ulteriore elemento di fragilità riguarda le famiglie con almeno uno straniero, per le quali il rischio di povertà o esclusione sociale sale al 41,5%, in aumento rispetto all’anno precedente. Al contrario, tra le famiglie composte esclusivamente da cittadini italiani l’indicatore scende al 20,1%.
Sul fronte del lavoro, il rischio di povertà lavorativa resta stabile al 10,2% tra gli occupati tra i 18 e i 64 anni. Il fenomeno riguarda persone che, pur lavorando per gran parte dell’anno, vivono in famiglie con redditi insufficienti. Più ampia la platea dei lavoratori a basso reddito, pari al 20,4% del totale, con incidenze più elevate tra giovani, donne, stranieri e lavoratori con contratti meno stabili.
Potere dʼacquisto
I dati sui redditi indicano un recupero del potere d’acquisto. Nel 2024 il reddito medio familiare raggiunge i 39.501 euro, con una crescita del 5,3% in termini nominali e del 4,1% in termini reali.
Il reddito mediano si attesta a 31.704 euro, pari a circa 2.642 euro mensili. Nonostante la crescita, i livelli restano inferiori del 4,9% rispetto al 2007, con una contrazione più marcata nel Centro e nel Mezzogiorno. Si riduce anche la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi.
Il rapporto tra il quinto più ricco e quello più povero scende a 5,1, mentre l’indice di Gini si attesta a 0,310, in diminuzione rispetto all’anno precedente.
Commenti
Crescita dell’occupazione e rallentamento dell’inflazione hanno spinto dunque verso un leggero miglioramento le condizioni di vita degli italiani nel 2025. Si è trattato però, come ha sottolineatoIstat, solo di un ʼsegnaleʼ di miglioramento, in un contesto che continua a mostrare squilibri sociali significativi e che rischia di essere rimesso in discussione dalla fragilità del quadro economico del 2026. Così Confesercenti ha commentato i dati Istat in una nota. Il 2026, inoltre, si è aperto allʼinsegna dellʼincertezza. Anche i dati del commercio al dettaglio di febbraio hanno confermatouna situazione di stallo, secondo la confederazione.
Le piccole superfici sono risultate le più penalizzate, con cali in volume dell’1,2% su base annua e dell’1,5% nei primi due mesi dell’anno. La grande distribuzione ha registrato invece aumenti dello 0,2% a febbraio e dell’1,5% nel bimestre, mentre l’online è cresciuto oltre l’8% in valore.
Il peggioramento della fiducia dei consumatori ha rafforzato i timori per i mesi successivi. “I dati Istat confermano che c’è una emergenza lavoro povero in Italia. Milioni di italiani pur lavorando sono a rischio povertà”, le parole del Senatore Tino Magni, che ha proposto l’introduzione di un salario minimo legale a 11 euro l’ora e il rafforzamento delle politiche sui redditi.
Sul divario territoriale è intervenuto anche anche Gino Sciotto di Fapi: il dato del Mezzogiorno richiede, secondo il Presidente, un rafforzamento delle politiche di coesione e interventi strutturali su occupazione e sostegno al reddito.





