Il padre di un noto attivista di Hong Kong residente negli Stati Uniti è stato condannato ai sensi della legge sulla sicurezza nazionale, in un caso che sta attirando forte attenzione internazionale e alimentando nuove accuse di repressione politica da parte di Pechino. L’uomo, 65 anni, è stato giudicato colpevole di “collusione con forze straniere” per presunti contatti con il figlio, che da anni denuncia all’estero l’erosione delle libertà civili nell’ex colonia britannica. La sentenza, emessa da un tribunale speciale, prevede una pena detentiva che potrebbe superare i cinque anni, anche se i dettagli non sono stati resi pubblici. Secondo l’accusa, il padre avrebbe facilitato comunicazioni e trasferimenti di fondi che le autorità considerano parte di un’attività di lobbying internazionale contro il governo di Hong Kong. La difesa ha respinto ogni addebito, sostenendo che si trattava di normali contatti familiari e che l’uomo non aveva alcun ruolo politico. Il figlio, rifugiato negli Stati Uniti dopo le proteste del 2019, ha definito la condanna “un atto di vendetta” e ha accusato Pechino di colpire i familiari degli attivisti per intimidire la diaspora pro‑democrazia. La legge sulla sicurezza nazionale, introdotta nel 2020, continua a essere al centro delle critiche da parte di governi occidentali e organizzazioni per i diritti umani, che la considerano uno strumento per reprimere il dissenso. Washington ha espresso “profonda preoccupazione” per la sentenza, sottolineando che colpire i parenti di attivisti all’estero rappresenta “un pericoloso precedente”. Pechino, dal canto suo, respinge ogni accusa e ribadisce che la legge è necessaria per garantire stabilità e ordine. Il caso arriva in un momento di crescente tensione tra Cina e Stati Uniti, con Hong Kong che resta uno dei punti più sensibili del confronto diplomatico.



