Il Washington Post attraversa uno dei momenti più turbolenti della sua storia recente. L’amministratore delegato e il direttore editoriale hanno rassegnato le dimissioni a poche settimane dall’ondata di tagli che ha colpito la redazione e scatenato una protesta senza precedenti tra giornalisti e lettori. La decisione, arrivata dopo giorni di indiscrezioni e pressioni interne, segna un cambio di rotta forzato per un quotidiano che negli ultimi anni aveva puntato su una strategia di espansione digitale ambiziosa ma costosa, rivelatasi meno sostenibile del previsto.
La crisi è esplosa quando la proprietà ha annunciato un piano di riduzione del personale che ha coinvolto decine di giornalisti, compresi reparti considerati centrali per l’identità del giornale. La reazione del pubblico è stata immediata: migliaia di abbonati hanno minacciato di cancellare il proprio contributo, accusando il management di aver sacrificato la qualità dell’informazione in nome di un risanamento finanziario giudicato miope.
Sui social e nelle lettere alla redazione, molti lettori hanno denunciato un progressivo impoverimento dell’offerta editoriale, chiedendo maggiore trasparenza sulle scelte aziendali. Le dimissioni dei vertici arrivano in questo clima di sfiducia crescente. Secondo fonti interne, la proprietà avrebbe ritenuto necessario un cambio di leadership per ricostruire il rapporto con il pubblico e rassicurare una redazione provata da mesi di incertezza.
Il quotidiano, che negli anni post‑Trump aveva registrato un boom di abbonamenti digitali, si trova ora a fare i conti con un rallentamento delle entrate e con la difficoltà di mantenere un modello economico competitivo in un mercato dominato da piattaforme e algoritmi. Nelle prossime settimane sarà nominata una nuova guida, con il compito di ristabilire stabilità e rilanciare la strategia editoriale.



