La Corte Costituzionale thailandese ha destituito la prima ministra Paetongtarn Shinawatra, accusata di aver violato gli standard etici richiesti al suo incarico durante una telefonata trapelata con l’ex leader cambogiano Hun Sen. La decisione, resa pubblica il 29 agosto, ha effetto immediato e getta il Paese in una nuova fase di instabilità politica. La conversazione, registrata a giugno e diffusa online da Hun Sen stesso, ha avuto luogo in un momento di forte tensione tra Thailandia e Cambogia, dopo la morte di un soldato cambogiano in uno scontro al confine. Nella telefonata, Shinawatra si rivolgeva al leader cambogiano chiamandolo “zio” e criticava apertamente i suoi generali, accusandoli di voler “solo sembrare fighi” e di “dire cose inutili”. Secondo i giudici, queste espressioni hanno compromesso la dignità dell’ufficio di primo ministro e messo in discussione la sicurezza nazionale. La premier, sospesa già dal primo luglio, era in carica da meno di un anno. Figlia dell’ex presidente Thaksin Shinawatra, Paetongtarn rappresentava la continuità della dinastia politica più influente del Paese. Con la sua rimozione, il partito Pheu Thai rischia ora di perdere il fragile equilibrio parlamentare, aggravato dal ritiro del sostegno da parte del partito alleato Bhumjaithai. Il vicepremier Phumtham Wechayachai assumerà temporaneamente le funzioni di capo del governo, ma non è eleggibile per la successione. Il Parlamento dovrà ora eleggere un nuovo primo ministro, in un clima segnato da proteste popolari, tensioni al confine e un’economia in rallentamento. La telefonata, lunga 17 minuti, è diventata il simbolo di una crisi più profonda: quella tra diplomazia e orgoglio nazionale, tra pragmatismo e percezione pubblica. E mentre Bangkok cerca un nuovo equilibrio, la Cambogia osserva in silenzio, consapevole di aver innescato — forse involontariamente — un terremoto politico.
