In Giappone c’è chi ha trasformato in un lavoro un gesto apparentemente inutile come andare a trovare una persona che non vuole vedere nessuno, nel tentativo di creare un contatto anche quando dall’altra parte non arriva alcuna risposta. Non è un servizio di consegna a domicilio né una forma di assistenza tradizionale. Sono le cosiddette Rental Sisters, letteralmente «sorelle in affitto», alle quali si affiancano anche figure maschili, gli Rental Brothers. Il loro compito è avvicinare chi si è progressivamente ritirato dalla vita sociale, senza imporre incontri, scadenze o obiettivi immediati.
Il loro intervento si rivolge soprattutto agli hikikomori, termine giapponese che deriva dal verbo hikikomoru, ritirarsi, isolarsi. Descrive una condizione di prolungato ritiro sociale, nella quale la persona interrompe o riduce drasticamente i rapporti con l’esterno, trascorrendo gran parte del tempo nella propria abitazione e spesso nella propria camera. Scuola, lavoro, amicizie e occasioni di incontro diventano progressivamente estranei, fino a trasformarsi in impegni difficili, talvolta impossibili, da affrontare. Il fenomeno è stato studiato in Giappone a partire dagli anni Novanta, quando lo psichiatra Tamaki Saitō contribuì a definirne le caratteristiche e a portarlo all’attenzione pubblica. La durata del ritiro, generalmente individuata in almeno sei mesi, è uno degli elementi utilizzati per distinguere questa condizione da una fase temporanea di isolamento. Ma ridurla a una semplice scelta di solitudine sarebbe fuorviante. Dietro la chiusura possono esserci sofferenza psicologica, esperienze di esclusione, difficoltà relazionali, insuccessi scolastici o lavorativi e una crescente paura di confrontarsi con le aspettative degli altri.
Un Paese alle prese con un isolamento, che attraversa le generazioni
Le dimensioni del problema sono emerse con chiarezza anche dalle indagini del governo giapponese. Nel 2023, sulla base di una rilevazione condotta nel 2022, le autorità hanno stimato in circa 1,46 milioni le persone tra i 15 e i 64 anni in condizione di hikikomori. L’isolamento può prolungarsi per anni e accompagnare le persone dalla adolescenza anche nell’età adulta. In alcuni casi il rapporto con il mondo esterno si riduce a quello con i familiari conviventi, che continuano a provvedere alle necessità quotidiane. È in questo contesto che si è diffusa l’espressione problema 8050, un riferimento ai genitori che hanno ormai ottant’anni e si trovano ancora a sostenere figli cinquantenni che non sono riusciti a costruire una propria autonomia. Una condizione che mette in discussione non soltanto il futuro di chi vive il ritiro, ma anche quello delle famiglie, spesso sole nel gestire una situazione che può diventare sempre più difficile con il passare del tempo.
La risposta giapponese non si è sviluppata esclusivamente sul terreno sanitario. Accanto ai servizi di assistenza e ai percorsi di sostegno psicologico sono nate iniziative che cercano di ricostruire il legame con la società attraverso relazioni informali e continuative. Tra queste c’è l’esperienza dell’associazione New Start, che propone un servizio di visite a domicilio affidate proprio alle Rental Sisters e ai Rental Brothers.
Ricominciare da una relazione, senza forzare la porta
Si basa su principio semplice, almeno in apparenza. Si tratta di introdurre nella quotidianità della persona una presenza esterna, che non abbia il ruolo di un genitore, di un insegnante o di un professionista chiamato a valutare i suoi comportamenti. Una figura più vicina a quella di un fratello o di una sorella maggiore, capace di instaurare un rapporto senza partire da richieste o rimproveri.
Il contatto può cominciare con una lettera, una telefonata o una visita. Non è necessario che la persona accetti subito di incontrare chi si presenta alla sua porta. L’associazione spiega che in molti casi le prime visite non producono alcuna risposta, ma si continua a cercare un dialogo, rispettando i tempi di chi si trova dall’altra parte. Quando la relazione comincia a svilupparsi si può passare a un incontro, a una conversazione, a un’attività condivisa. Qualche volta è la persona stessa a proporre di uscire, magari per una passeggiata o per raggiungere un luogo familiare.
I percorsi sono individuali e possono durare da tre mesi a circa un anno, secondo le necessità. L’obiettivo non è necessariamente ottenere un rapido ritorno a scuola o al lavoro, ma creare le condizioni perché la persona possa recuperare fiducia nelle relazioni e immaginare nuovamente una partecipazione alla vita esterna. Non sempre il primo risultato è un cambiamento visibile: può essere semplicemente accettare una visita, rispondere a una domanda o parlare per qualche minuto con qualcuno che fino a quel momento era rimasto uno sconosciuto.
È un approccio che ribalta la convinzione piuttosto radicata che per uscire dall’isolamento non basta chiedere a chi ne soffre di fare uno sforzo. La pressione e il richiamo continuo agli obblighi sociali possono aumentare la distanza, soprattutto quando la persona vive già ogni contatto come una possibile occasione di giudizio. La relazione, al contrario, può diventare il primo spazio in cui sperimentare nuovamente una forma di fiducia. Naturalmente questo tipo di accompagnamento non può sostituire il supporto psicologico o sanitario quando necessario, ma rappresenta una modalità di intervento sociale che li può affiancare.
Anche in Italia il ritiro sociale è una realtà da non sottovalutare
Considerare gli hikikomori una peculiarità della cultura giapponese sarebbe oggi un errore. Il ritiro sociale è stato osservato in diversi Paesi e anche in Italia è diventato oggetto di studi specifici, soprattutto dopo la pandemia, quando la sospensione delle attività scolastiche e delle occasioni di incontro ha modificato profondamente le abitudini relazionali di molti adolescenti.
Una ricerca del gruppo MUSA del Cnr-Irpps, pubblicata nel gennaio 2025 sulla rivista Scientific Reports, ha confrontato i dati raccolti nel 2019 e nel 2022 su due campioni rappresentativi di studenti italiani delle scuole Secondarie di Secondo Grado, rispettivamente di 3.273 e 4.288 ragazzi tra i 14 e i 19 anni. Uno dei risultati più significativi è stato l’aumento di una particolare forma di isolamento, quella degli adolescenti che non incontrano più gli amici al di fuori dell’ambiente scolastico. La quota è passata dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022, quasi raddoppiando.
Un ulteriore contributo arriva dall’indagine ESPAD Italia, condotta sempre dal Cnr sui comportamenti e gli stili di vita degli studenti. L’analisi pubblicata nel 2025, basata sui dati raccolti tra il 2021 e il 2023 su quasi 37mila studenti tra i 15 e i 19 anni, ha rilevato che nel 2023 il 2% degli intervistati dichiarava di essersi isolato volontariamente per almeno sei mesi nel corso della propria vita e nell’11,3% dei casi dichiaravano di non uscire mai di casa durante la settimana. Sono indicatori diversi, che non vanno confusi con una diagnosi di hikikomori, ma che aiutano a comprendere la diffusione del problema.
La ricerca individua, inoltre, una serie di fattori associati al ritiro, come le esperienze di cyberbullismo, i sentimenti di esclusione, insoddisfazione nelle amicizie e comportamenti problematici legati all’utilizzo di Internet e dei videogiochi. La rete, dunque, non può essere considerata automaticamente la causa dell’isolamento, ma per alcuni rappresenta l’unico spazio in cui mantenere una forma di relazione, mentre in altri casi un uso problematico degli strumenti digitali può intrecciarsi con fragilità già presenti. Il dato più importante, forse, è che il ritiro non nasce necessariamente da una mancanza di interesse verso gli altri. Può essere il risultato di un rapporto diventato troppo faticoso con il mondo esterno, nel quale ogni confronto sembra esporre al rischio di fallire, essere respinti o non sentirsi all’altezza.
La difficoltà di tornare a essere parte del mondo
C’è una differenza sostanziale tra scegliere di stare soli e non riuscire più a uscire dalla solitudine. Nel primo caso si tratta di una condizione reversibile, spesso persino necessaria per ritrovare un equilibrio; nel secondo, l’isolamento può diventare una gabbia, anche quando chi vi si trova non ha smesso di desiderare relazioni e riconoscimento.
Per questo l’esperienza delle sorelle e dei fratelli in affitto merita attenzione al di là della sua apparente singolarità, perché suggerisce un modo diverso di avvicinarsi a chi si è allontanato. In un’epoca in cui la connessione è continua e la presenza sui social sembra quasi un requisito per esistere il paradosso è che molte persone sperimentano una difficoltà crescente a sentirsi davvero parte di una comunità. Ricostruire un legame può richiedere tempo, costanza e la disponibilità a esserci anche quando non si riceve nulla in cambio. A volte, prima di convincere qualcuno a uscire, bisogna semplicemente fargli capire che fuori c’è ancora qualcuno disposto ad aspettarlo.
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