La corsa per il governo dell’Ohio si trasforma in uno scontro sui limiti della propaganda politica. A incendiare la campagna è uno spot di Vivek Ramaswamy, candidato repubblicano, nel quale la madre da tempo estranea alla rivale democratica Amy Acton definisce la figlia una bugiarda e invita gli elettori a non votarla. Una scelta che ha provocato critiche anche all’interno del Partito repubblicano.
A difendere Ramaswamy è intervenuto il vicepresidente JD Vance. Da Cincinnati ha invitato i compagni di partito a “smettere di lamentarsi”, sostenendo che la politica è un mestiere duro e che la priorità, a tredici giorni dal voto, deve essere vincere la competizione. Vance ha aggiunto che stabilire se lo spot sia appropriato o meno non rappresenta la sua principale preoccupazione.
Il caso è particolarmente controverso per la storia familiare di Acton. La candidata ha raccontato pubblicamente di aver subito abusi sessuali da bambina da parte del marito della madre e di non vedere quest’ultima dal 1978. Il fratello Phillip Stearns ha attaccato duramente la campagna repubblicana, accusandola di aver trasformato un trauma vissuto dalla sorella quando aveva 12 anni in materiale elettorale.
Le critiche hanno attraversato gli schieramenti. Il senatore repubblicano dell’Ohio Jon Husted ha dichiarato che non avrebbe diffuso quello spot, mentre il segretario di Stato Frank LaRose ha espresso una posizione analoga. Anche la commentatrice conservatrice Meghan McCain lo ha condannato, definendolo “dastardly”.
Ramaswamy non arretra: la sua campagna prevede una spesa di 4 milioni di dollari per portare il messaggio in televisione in tutto lo Stato. La controversia sposta così il finale della competizione dal confronto sui programmi al terreno molto più insidioso dell’attacco personale. E apre una questione destinata ad andare oltre l’Ohio: quanto può diventare aggressiva una campagna elettorale prima che la ricerca del voto trasformi la vita privata in un’arma politica?





