La sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato apre una crepa ai vertici della Casa Bianca e proietta già Washington verso la corsa presidenziale del 2028. Il vicepresidente JD Vance ha indicato senza mezzi termini nella guerra contro l’Iran la principale causa del tracollo del partito, che ha perso il controllo sia della Camera sia del Senato.
«La ragione per cui abbiamo perso è la guerra», ha scritto Vance in un lungo intervento pubblicato su X, sostenendo che molti elettori che nel 2024 avevano scelto il ticket Trump-Vance questa volta abbiano votato democratico. Una presa di posizione destinata a pesare ben oltre l’analisi del voto.
Vance, finora pubblicamente allineato alla politica dell’amministrazione, ha messo infatti in discussione il prezzo politico pagato dai repubblicani per il conflitto. Secondo il vicepresidente, il partito dovrà ripartire da quattro priorità:
- porre fine alla guerra
- concentrarsi sul costo della vita e sull’inflazione
- riportare al centro l’«America First»
- modificare il rapporto degli Stati Uniti con Israele
Parole che assomigliano già alla bozza di una piattaforma politica personale. Con le presidenziali del 2028 all’orizzonte, Vance sembra iniziare a ritagliarsi uno spazio autonomo, cercando però di evitare uno scontro frontale con Donald Trump. Il presidente, sorprendentemente, non ha reagito attaccando il suo vice: ha riconosciuto che la guerra ha avuto un peso «largamente» determinante sul risultato elettorale, collegandone l’impatto anche all’aumento dei prezzi della benzina. Ha però ribadito che, posto davanti alle stesse circostanze, prenderebbe nuovamente la decisione di intervenire contro Teheran.
È proprio questa distanza a rendere politicamente significativo lo strappo. Trump difende la guerra come scelta strategica, Vance ne sottolinea invece il costo elettorale e invita il partito a cambiare rotta. La battaglia per il futuro repubblicano potrebbe quindi essere già cominciata: non ancora una rottura dichiarata, ma il primo segnale che la lunga partita per l’eredità politica del trumpismo è entrata in movimento.





