Per la prossima manovra di bilancio, l’ultima della legislatura, il governo ha promesso di puntare decisamente sul fronte fiscale, con un occhio di riguardo al ceto medio della popolazione. Una buona idea, ma non basta. Tra le pieghe dell’economia italiana si trovano altre fasce della società e categorie produttive che necessitano di attenzione sul fronte fiscale e sulle quali bisogna concentrarsi per modulare gli interventi macro e microeconomici in direzione della crescita e dello sviluppo. In questo senso, l’annuncio di una possibile misura specifica per il settore commerciale, attraverso l’introduzione di una cedolare secca, è sicuramente un’ottima notizia per quella parte dell’apparato produttivo e distributivo che non fa capo a grandi aggregazioni.
Le ipotesi allo studio
L’ipotesi governativa allo studio prevede una cedolare secca sulle locazioni commerciali, riprendendo il modello applicato nel 2019: allora era prevista un’aliquota sostitutiva del 21% per i nuovi contratti relativi a negozi e botteghe fino a 600 mq. Per la nuova versione si sta ragionando su una platea maggiormente concentrata sui piccoli negozi, con l’ipotesi di un limite dimensionale attorno ai 250-300 mq. L’impatto potenziale della misura potrebbe riguarderà 1,5 milioni di negozi e circa 1,3 miliardi di canoni. La tassazione flat richiederebbe una copertura di 160/170 milioni di euro. Cioè poco rispetto all’effetto positivo che potrebbe sicuramente avere sul mercato delle locazioni commerciali. L’idea del viceministro Leo è trovare un “giusto equilibrio” con un ritocco della soglia di metri quadri al di sotto della quale scatta l’aliquota della cedolare secca al 21%.
Contrastare la desertificazione
L’obiettivo è quello di estendere la cedolare secca alle locazioni commerciali, come strumento per abbassare gli affitti dei negozi e contrastare la desertificazione commerciale delle città, offrendo peraltro diversi vantaggi: una tassazione più semplice e, in molti casi, più conveniente, l’assenza dell’imposta di registro e di bollo sul contratto di locazione e una maggiore prevedibilità dell’onere fiscale. Nel caso dei piccoli negozi, il proprietario otterrebbe una tassazione agevolata sull’affitto commerciale, ma il beneficio dovrebbe essere condiviso con l’esercente mediante una riduzione effettiva del canone. L’obiettivo finale è riaprire i locali sfitti e difendere il commercio di prossimità, perché la situazione dei piccoli negozi è allarmante anche sul piano dei numeri: secondo stime di Confcommercio, sono circa 150 mila le attività scomparse negli ultimi dodici anni.
Entro il 2035 c’è il rischio che scompaia un altro 20% dei negozi, cioè circa 114 mila imprese al dettaglio. Per questo è urgente reagire alla desertificazione commerciale e alle difficoltà determinate dall’aumento dei costi di gestione, dalla pressione fiscale, dalla concorrenza della grande distribuzione organizzata e dalla crescita dell’e-commerce. Assistiamo con la desertificazione commerciale a un fenomeno che rischia di compromettere la stessa identità e la vitalità delle nostre città.
«Senza interventi di rigenerazione urbana – avverte Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio -, all’orizzonte ci saranno città fantasma e questo scenario riguarda tutti i territori: i centri storici che si svuotano, i piccoli comuni che perdono funzioni essenziali. E la desertificazione non attiene solo al dato economico, ma è una questione di coesione sociale molto sentita dalle famiglie e dai consumatori. Due residenti su tre infatti chiedono città più vive».
I dati di Confesercenti
Anche secondo Confesercenti, dal 2011 al 2025 sono spariti oltre 103mila punti vendita, anche se la superficie commerciale complessiva è aumentata del +7,4%, grazie all’allargamento della dimensione media dei punti vendita, passata da circa 117 a 144,5 metri quadrati, un balzo del +23,8%. Un processo di ristrutturazione trainato dalla convergenza verso il formato medio: diminuiscono botteghe e micro-negozi e, allo stesso tempo, si ridimensionano le maxi-superfici del retail.
Tra il 2011 e il 2025 i consumi sono aumentati del 22%, ma la quota della distribuzione tradizionale scende dal 29,8% al 20,4% (-9,4 punti), mentre la GDO sale dal 57,7% al 61,7% (+4,0) e soprattutto l’online passa dall’1,9% al 13,7% (+11,8). Sempre secondo Confesercenti i quasi 6 milioni di metri quadri persi sotto i 150 valgono, per ordine di grandezza, almeno 10 miliardi di consumi “spostati” verso i grandi canali fisici e l’online, complice la deregulation totale del commercio inaugurata dal decreto Salva Italia a partire dal 2012.
Nico Gronchi, Presidente Confesercenti, sottolinea però che: «La riorganizzazione ha un costo, e le vittime sono i piccoli esercizi indipendenti, quelli che per dimensione garantivano specializzazioni – giocattoli, ferramenta, alimentare di vicinato – e che costituiscono un punto di riferimento per la comunità. Per questo servono politiche che tengano insieme due obiettivi: fermare la desertificazione e accompagnare la crescita e l’evoluzione di chi può investire e innovare. La rigenerazione urbana è il punto d’incontro. Occorre riportare funzioni nei quartieri, rendere accessibili e attrattive le vie, fornendo strumenti concreti per le imprese: incentivi agli investimenti, accesso al credito, semplificazioni, sostegno alle nuove aperture e ai passaggi generazionali. Senza un progetto di rigenerazione, la trasformazione del commercio rischia di diventare soltanto una selezione che lascia indietro intere comunità».
Per tutte queste ragioni prevedere specifici aiuti fiscali per i piccoli esercizi non rappresenta soltanto una misura di sostegno alle PMI, ma una scelta di politica economica a tutela delle città, dell’occupazione e della coesione sociale.
I negozi di prossimità operano in condizioni profondamente diverse rispetto ai grandi operatori. Hanno minori economie di scala, un potere contrattuale più limitato nei confronti dei fornitori e costi fissi che incidono maggiormente sul fatturato. A questi fattori si aggiungono affitti, utenze, costo del lavoro, tributi locali e adempimenti amministrativi che possono diventare insostenibili per attività già con margini ridotti.
L’attenzione della politica verso questi settori dell’economia e del commercio è stata spesso scarsa. Ecco perché un governo che fa della leva fiscale un fattore di riequilibrio economico deve muoversi anche nell’ottica della cedolare secca. La chiusura di un piccolo negozio, infatti, non costituisce soltanto la scomparsa di un’impresa, ma impoverisce il tessuto economico e sociale di una strada, di un quartiere o di un piccolo comune. Dove scompaiono le attività commerciali aumentano il rischio di degrado e quello di perdita di servizi, soprattutto per gli anziani e per le persone con minori possibilità di spostamento. È una sconfitta per i commercianti, ma anche per lo Stato e per i cittadini.





