Ci sono aquile che appartengono alla storia e aquile che tornano a incombere sul presente. Le prime erano giovani, spesso poco più che adolescenti, vivevano nell’Italia fascista e avevano scelto di continuare a fare gli scout quando il regime aveva vietato loro di farlo. Si chiamavano Aquile Randagie e per sedici anni si incontrarono clandestinamente, nei boschi e nelle montagne, continuando a educarsi alla libertà quando la libertà era diventata un atto di disobbedienza.
Le seconde appartengono a un’altra stagione, quella dell’Europa contemporanea in cui simboli, linguaggi e movimenti dell’estrema destra tornano a trovare spazio. L’aquila stessa, però, non è un simbolo univoco, è un’immagine antichissima, utilizzata nel corso dei secoli da imperi, Stati e culture diverse e solo il contesto permette di stabilire quando diventi anche un riferimento alla tradizione fascista o nazista.
È proprio questo contrasto a rendere attuale una storia di cui si è persa in parte la memoria, perché mentre oggi discutiamo del ritorno di ideologie che sembravano consegnate ai libri di storia, rischiamo di dimenticare che a combatterle, prima ancora che diventassero una pagina della storia italiana, furono anche dei ragazzi. Vania Maino, in un articolo pubblicato su ZingarelliNews, li definisce “giovani sognatori che trasformarono un metodo educativo in una forma estrema di resistenza clandestina”.
La loro storia comincia proprio da una scelta apparentemente piccola, quella di non smettere di essere ciò che erano. La loro resistenza sarebbe durata sedici anni, quasi fino alla fine della guerra. L’ANPI la riassume con una formula diventata il simbolo di quella esperienza, resistere “un giorno in più” del fascismo.
Non avevano armi, ma una bussola, una tenda, dei sentieri conosciuti meglio di chiunque altro e una rete di persone disposte ad aiutarli. La loro base divenne la Val Codera, in provincia di Sondrio, un luogo difficile da raggiungere e per questo particolarmente adatto alle loro attività clandestine. Si incontravano lontano dagli occhi del regime, comunicavano anche attraverso messaggi in codice e continuavano a educarsi secondo i principi dello scautismo.
È forse questo l’aspetto più sorprendente della loro storia, quando la resistenza cominciò prima ancora che loro sapessero quanto sarebbe diventata importante. All’inizio si trattava semplicemente di non rinunciare a un modo di essere. Poi arrivò la guerra e, dopo l’8 settembre 1943, quella scelta assunse un significato completamente diverso.
Quando il gioco diventa una missione
Un giorno un gruppo di ragazzi di quindici anni scoprì che quello che faceva insieme agli amici non poteva più farlo, non perché avessero commesso dei reati, ma perché il regime stabilì che doveva esistere una sola forma di educazione, una sola organizzazione per i giovani, una sola idea di cittadino. È quello che accadde nell’Italia fascista agli scout. Nel 1928 il regime soppresse lo scautismo e impose ai giovani un modello educativo controllato dallo Stato. Ma alcuni giovani di Milano e Monza decisero di non smettere, continuando a incontrarsi di nascosto, partendo per i campi, dormendo in tenda e vivendo secondo quella che per loro non era soltanto un’attività del tempo libero, ma una promessa. Poi, la conoscenza delle montagne che quei ragazzi avevano coltivato nei loro anni clandestini diventò improvvisamente uno strumento per salvare vite. Le Aquile Randagie parteciparono alla rete OSCAR, attraverso la quale perseguitati politici, ebrei, renitenti alla leva e altre persone ricercate poterono essere accompagnati clandestinamente verso la Svizzera.
Le fonti storiche riportano oltre duemila persone portate in salvo e circa tremila documenti falsi prodotti per permettere le fughe. Tra le persone aiutate ci fu anche Indro Montanelli. Ma dietro quei numeri c’erano persone da nascondere, documenti da procurare, percorsi da organizzare e confini da attraversare senza essere scoperti.
Maino racconta questa trasformazione con un’immagine particolarmente efficace: “le Aquile Randagie trasformarono un metodo educativo in una forma estrema di resistenza clandestina”. E più avanti osserva che la loro fu una resistenza fatta di “passi, corde, bussole e, soprattutto, coerenza morale”.
Sono parole importanti, perché permettono di sottrarre questa vicenda alla retorica dell’eroe invincibile. Quelli delle Aquile Randagie non erano superuomini, ma giovani che avevano paura e che, proprio per questo, dovettero scegliere. Alcuni pagarono quella scelta con la vita. Tra le vittime ci furono Peppino Candiani, ucciso al confine italo-svizzero a diciannove anni, e altri membri della rete arrestati e uccisi o morti nei campi di concentramento.
Perché raccontarla ancora
È qui che una storia del passato diventa una storia per il presente. Le Aquile Randagie non sono importanti soltanto perché salvarono migliaia di persone, ma perché mostrano come può cominciare una resistenza, non necessariamente da una grande dichiarazione politica, ma dalla decisione di non considerare normale ciò che normale non è.
Per i ragazzi di oggi questa è forse la parte più difficile da immaginare. La libertà di associazione, la possibilità di riunirsi, di scegliere le proprie attività, di discutere e di dissentire sembrano condizioni naturali. Non lo sono state sempre e non lo sono ovunque. Prima di essere una pagina nei libri di storia, la Resistenza fu fatta anche di ragazzi che dovettero decidere quanto erano disposti a rischiare per non rinunciare alla propria libertà e a quella degli altri.
È per questo che questa storia meriterebbe di tornare nelle scuole, non come una nuova leggenda di eroi da ammirare a distanza, ma come riflessione su cosa significa essere liberi quando nessuno ci impedisce di esserlo.





