A scuola si può parlare d’amore?

Educare alle emozioni, riconoscere i propri limiti e rispettare quelli degli altri, la prevenzione della violenza comincia anche dalla capacità di costruire relazioni sane. Ma dove passa oggi il confine tra il compito della scuola e quello della famiglia?
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Ci sono parole che a scuola impariamo molto presto come rispetto, amicizia, regole, collaborazione. Impariamo a condividere uno spazio, ad ascoltare gli altri, a gestire un conflitto. Più difficile è parlare di emozioni, di desiderio, di corpo, di limiti, di consenso. Eppure sono proprio queste le dimensioni attraverso cui, crescendo, impariamo a costruire le nostre relazioni. Diventa, quindi legittimo domandarsi se prima ancora di insegnare a leggere e a scrivere la scuola possa aiutare bambini e ragazzi a imparare a stare con gli altri e quanto può accompagnarli nella comprensione delle emozioni e delle relazioni.

Non è una domanda astratta. I numeri della violenza contro le donne ci ricordano quanto sia urgente intervenire prima che una relazione diventi controllo, possesso o sopraffazione. Nel 2024 sono state 116 le donne uccise in Italia e, secondo le analisi dell’Istat, una parte consistente degli omicidi è maturata all’interno della coppia o della famiglia. Nel 2025 le donne vittime di omicidio sono state 97 e, anche in questo caso, la maggior parte è stata uccisa da una persona appartenente alla sfera familiare o affettiva.

Di fronte a questi dati, la prevenzione non può cominciare soltanto quando compare la violenza. Deve iniziare molto prima, quando si impara che un rifiuto va rispettato, che la gelosia non è una prova d’amore, che l’altro non è una proprietà, che la rabbia può essere riconosciuta e gestita senza trasformarsi in aggressività.
È anche su questo terreno che si muove l’educazione alle competenze non cognitive. Negli ultimi anni la scuola italiana ha sperimentato percorsi rivolti allo sviluppo della consapevolezza di sé, della gestione delle emozioni, dell’autoregolazione e delle capacità relazionali. Un patrimonio educativo che parte dall’idea semplice, ma tutt’altro che scontata, che imparare a conoscere se stessi aiuti anche a costruire relazioni più equilibrate.

La nuova scommessa sulle emozioni

Proprio in questi mesi il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato una nuova sperimentazione nazionale sulle cosiddette competenze non cognitive. Si tratta di 443 progetti che coinvolgono complessivamente 1.169 istituzioni scolastiche con l’obiettivo di rafforzare capacità come autoconsapevolezza, gestione delle emozioni, autoregolazione e competenze relazionali.

È una direzione importante, perché riconosce implicitamente una verità spesso dimenticata, cioè che educare non significa soltanto trasmettere conoscenze. Un ragazzo può sapere risolvere un’equazione e non sapere che cosa fare quando viene respinto. Può conoscere la grammatica, ma non avere le parole per descrivere la propria rabbia. Può essere brillante negli studi e non riconoscere che controllare il telefono della propria fidanzata non è una prova d’amore. Può avere ottimi risultati scolastici e credere che un “no” sia un’offesa personale.

Le competenze emotive e relazionali servono esattamente a questo, a costruire strumenti interiori per stare nel mondo. Quanto, però, può farlo davvero se alcuni dei luoghi nei quali queste competenze si manifestano (il corpo, l’intimità, il desiderio, il consenso, la sessualità) diventano difficili da affrontare in classe?

L’importanza di parlare di corpo, intimità, affettività e sessualità

Qui il discorso diventa più complesso, perché entra in gioco una dimensione nella quale scuola e famiglia hanno responsabilità diverse, ma necessariamente comunicanti. La recente Legge 9 giugno 2026, n. 104, sul consenso informato in ambito scolastico, ha introdotto nuove regole per le attività didattiche che riguardano temi legati alla sessualità. Per alcune attività è previsto il consenso preventivo delle famiglie, accompagnato dalla possibilità di conoscere materiali, finalità e modalità degli interventi. Per le attività extrascolastiche o di ampliamento dell’offerta formativa che rientrano nell’ambito previsto dalla legge, il consenso deve essere espresso per iscritto e con un preavviso che consenta ai genitori di valutare la proposta.

La ratio è chiara, rafforzare la trasparenza e il coinvolgimento delle famiglie nelle scelte educative che riguardano temi particolarmente sensibili. È un principio che merita di essere considerato senza pregiudizi, perché la famiglia non è un soggetto estraneo al percorso educativo della scuola e il dialogo tra i due mondi è essenziale. Ma proprio da qui nasce una questione più ampia, che va oltre il dibattito politico. Come si concilia il diritto dei genitori a conoscere e condividere le scelte educative con l’esigenza della scuola di fornire ai ragazzi strumenti adeguati per comprendere se stessi, il proprio corpo e le proprie relazioni?

La questione non riguarda soltanto l’educazione sessuale in senso stretto, riguarda anche ciò che viene prima, come la capacità di riconoscere un’emozione, di nominare un disagio, di comprendere un confine, di dire no e di accettare un no. Riguarda la consapevolezza che una relazione sana non cancella l’autonomia dell’altro. È proprio su questo punto che la riflessione diventa importante, perché educare alle relazioni significa, piuttosto, fornire strumenti per interpretare ciò che bambini e adolescenti incontrano ogni giorno, dalle amicizie ai primi innamoramenti, conflitti, pressioni del gruppo, immagini e messaggi che arrivano dai social, dalla rete e dalla cultura popolare.

Cosa si intende per educazione sessuale

Educare alla sessualità non significa necessariamente parlare di rapporti sessuali, ma pertiene a una sfera ben più ampia, che riguarda la conoscenza dei corpi, della pubertà, delle emozioni, del rispetto, dei confini personali e della loro difesa, del consenso, della privacy, degli stereotipi, delle relazioni, della violenza, della sicurezza digitale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stabilisce che l’educazione sessuale comprensiva dovrebbe essere graduale, adeguata all’età e fondata su informazioni scientificamente corrette. Comprende relazioni, rispetto, consenso, integrità corporea, uguaglianza di genere, prevenzione della violenza, sicurezza digitale e capacità di chiedere aiuto. E, contrariamente a una delle paure più frequenti nel dibattito pubblico, le evidenze sintetizzate dall’OMS non mostrano che programmi di qualità aumentino l’attività sessuale precoce o i comportamenti a rischio. Al contrario, possono favorire comportamenti più sicuri e una maggiore capacità di compiere scelte consapevoli.

Il problema nasce anche dalle parole. “Educazione sessuale” evoca immediatamente un’immagine ristretta, una lezione sugli organi riproduttivi, sui rapporti sessuali o sulla contraccezione. Ma, come abbiamo detto, l’educazione sessuo-affettiva è molto più ampia. È insegnare a un bambino che il proprio corpo gli appartiene, spiegare a un adolescente che un confine può essere espresso con un no e che quel no deve essere rispettato, è parlare della differenza tra gelosia e controllo, spiegare che insistere dopo un rifiuto non è romanticismo. È comprendere che condividere online un’immagine intima senza consenso non è uno scherzo, imparare a riconoscere una relazione abusiva e sapere a chi rivolgersi.

Sono competenze che riguardano la sessualità, certo, ma riguardano soprattutto la cittadinanza e la convivenza. Anche le indicazioni internazionali vanno in questa direzione. Le linee guida UNESCO e delle agenzie delle Nazioni Unite inseriscono nella formazione su questi temi il riconoscimento della violenza di genere, degli stereotipi, delle relazioni di potere e delle modalità per chiedere aiuto a un adulto di fiducia. Non si tratta dunque di anticipare esperienze, ma di anticipare strumenti.

Se scuola e famiglia non spiegano, qualcun altro lo farà

Se la scuola si trova a dover affrontare questi temi con attenzione, competenza e nel rispetto delle regole, lo stesso vale per le famiglie. Nessuna delle due realtà può essere chiamata a svolgere da sola un compito che riguarda la crescita complessiva di una persona. Anche perché il mondo nel quale ragazzi e ragazze cercano risposte non aspetta necessariamente che adulti e istituzioni abbiano trovato un accordo. Internet offre informazioni in quantità, ma non sempre offre gli strumenti per interpretarle. I social possono raccontare le relazioni attraverso modelli semplificati, mentre la pornografia può diventare, per alcuni adolescenti, una fonte impropria di conoscenza del corpo e dell’intimità. In questo spazio, il silenzio degli adulti rischia di essere riempito da altri linguaggi.

Non si tratta, dunque, di stabilire chi debba avere ragione tra scuola e famiglia. La vera sfida è costruire una corresponsabilità educativa capace di tenere insieme protezione, libertà, conoscenza e rispetto. Anche perché prevenire la violenza significa lavorare su comportamenti e competenze molto prima che si manifesti un atto violento. Significa insegnare che la frustrazione si può affrontare, che la rabbia non autorizza a ferire, che il controllo non è amore e che nessuna relazione può fondarsi sulla paura.

Naturalmente, la violenza di genere non può essere ricondotta semplicemente a una mancata educazione affettiva, né a una diagnosi psicologica, che in ogni caso aiuta. Le sue cause sono molteplici e coinvolgono fattori culturali, sociali, relazionali e individuali. In alcuni casi possono coesistere fragilità psicologiche o modalità di comportamento problematiche, ma questo non significa che una diagnosi possa spiegare o prevedere la violenza. Proprio per questo la prevenzione deve essere plurale e cominciare presto. Forse allora la domanda da porci non è soltanto se la scuola possa parlare d’amore, ma se possiamo davvero pensare di educare una persona senza aiutarla a capire che cosa significhi stare in relazione con un’altra persona. Perché prima di sapere come amare, forse bisogna imparare qualcosa di ancora più fondamentale come riconoscere se stessi, rispettare l’altro e accettare che ogni relazione ha un limite, che non può essere oltrepassato.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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