Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una vera trasformazione dei ruoli genitoriali. Un cambiamento che segna una distanza sempre più evidente dal modello familiare con cui sono cresciuti molti degli attuali trentenni, cioè quella generazione che oggi, in molti casi, si appresta a diventare genitore.
In passato, anche quando entrambi i partner lavoravano, la divisione dei ruoli rimaneva comunque sbilanciata, con le madri ancora chiamate a sostenere gran parte del lavoro di cura quotidiana e delle responsabilità legate ai figli, mentre al padre era affidato soprattutto il compito di sostenere economicamente la famiglia. Un modello legato a una tradizionale divisione dei ruoli familiari, costruita per secoli attorno alla distinzione tra il padre, principale sostegno economico, e la madre come quasi esclusivo riferimento della cura. Una organizzazione che, seppur profondamente modificata, continua ancora oggi a lasciare tracce nella società.
Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato. I padri sono entrati sempre più nella dimensione domestica e relazionale della famiglia, partecipando alla crescita dei figli fin dai primi mesi di vita. Non è soltanto una questione di presenza, il loro coinvolgimento riguarda sempre più la cura, le decisioni educative, la gestione della quotidianità e la costruzione del rapporto con i bambini. È il risultato di un cambiamento culturale, che ha ridefinito l’idea stessa di paternità, sempre meno legata al solo ruolo di “provider” e sempre più orientata alla cura e alla relazione. Un cambiamento che non ridimensiona il ruolo materno, ma rende più condivisa una responsabilità che per molto tempo è ricaduta soprattutto sulle donne.
Quando cambia il modo di essere padre
A cambiare non è soltanto la quantità di tempo trascorso con i figli, ma anche il significato stesso dell’essere padre. La paternità contemporanea si misura sempre più nella capacità di partecipare alla vita quotidiana, prendersi cura, accompagnare la crescita e contribuire alle decisioni che riguardano i bambini. Il padre non è più chiamato soltanto a provvedere ai bisogni della famiglia, costruisce una relazione, condivide responsabilità e partecipa attivamente alla crescita del proprio figlio.
Se le donne, nel corso del tempo hanno conquistato spazi tradizionalmente considerati maschili, entrando nel mondo del lavoro e rivendicando autonomia e indipendenza, oggi anche gli uomini entrano sempre più in quello spazio della cura e della relazione che per generazioni è stato considerato prevalentemente femminile. Non per sostituirsi alle madri, ma per assumere pienamente il proprio ruolo di padri.
A confermare l’importanza di questa evoluzione è anche la ricerca scientifica. Una recente meta-analisi pubblicata sull’“Early Childhood Research Quarterly”, che ha analizzato 65 studi condotti su oltre 154.000 bambini, evidenzia come un maggiore coinvolgimento dei padri, soprattutto quando caratterizzato da partecipazione positiva, calore e responsività, sia associato a una migliore competenza socio-emotiva dei bambini, anche nel tempo. Il dato rafforza l’idea di una paternità il cui valore non si misura soltanto nella presenza, ma anche nella qualità della relazione costruita con il bambino. Il rapporto con il padre, dunque, viene studiato sempre più come una relazione in sé e non semplicemente come una presenza aggiuntiva nella vita del bambino.
Anche le politiche familiari cambiano
Il cambiamento della paternità passa anche dalle politiche familiari. Negli ultimi anni diversi Paesi hanno ampliato i congedi legati alla nascita e alla cura dei figli, riconoscendo ai genitori, e in particolare ai padri, uno spazio sempre più definito nella gestione dei primi mesi di vita. In Italia il padre lavoratore dipendente ha diritto a 10 giorni di congedo di paternità obbligatorio, retribuiti al 100%. In Spagna il congedo per nascita e cura del figlio è arrivato a 19 settimane per ciascun genitore, con periodi obbligatori e altri fruibili secondo modalità e tempi stabiliti dalla normativa. In Finlandia, invece, ogni genitore dispone di 160 giorni lavorativi di indennità parentale, una parte dei quali può essere trasferita all’altro genitore. La Svezia prevede complessivamente 480 giorni di congedo parentale per ogni figlio, da condividere tra i genitori, all’interno di un sistema che riserva anche una quota individuale a ciascuno.
Modelli diversi, dunque, ma con un elemento comune ovvero il tempo dedicato alla cura dei figli non viene più considerato soltanto una questione privata della famiglia, ma anche una responsabilità sulla quale le politiche pubbliche possono intervenire per favorire una distribuzione più equilibrata.
Il nuovo equilibrio da costruire
Il passaggio da padre che “aiuta” a genitore a pieno titolo porta però con sé anche una conseguenza meno raccontata, ovvero quando entrambi i genitori partecipano davvero alla cura e alle decisioni aumenta anche la necessità di confrontarsi. Possono emergere idee diverse sulle regole, sui tempi, sul modo di intervenire con il bambino o, più semplicemente, su come organizzare la quotidianità. Per la madre può significare lasciare spazio a un modo diverso di fare le cose; per il padre, assumersi responsabilità senza aspettare indicazioni. Non si tratta quindi soltanto di fare di più, ma di imparare a condividere realmente il ruolo genitoriale.
A mettere in luce quanto sia importante il modo in cui i genitori riescono a collaborare è uno studio di Dora d’Orsi, Manuela Veríssimo ed Eva Diniz, pubblicato nel 2023 sull’”International Journal of Environmental Research and Public Health”. La ricerca ha coinvolto 254 madri portoghesi sposate o conviventi con figli in età prescolare e ha analizzato il rapporto tra coinvolgimento paterno, collaborazione tra i genitori e stress materno, con un risultato particolarmente interessante. Si è notato che un maggiore coinvolgimento del padre nella cura diretta era associato, preso singolarmente, a livelli più elevati di stress materno.
Quando però il coinvolgimento paterno si inseriva in una relazione di coparenting cooperativa l’associazione cambiava direzione. Inoltre, quando le madri percepivano meno conflitto nella relazione di coparenting, un maggiore coinvolgimento paterno risultava associato a un minore stress materno. Il dato suggerisce che non conta soltanto quanto il padre partecipa, ma anche il modo in cui i due genitori riescono a condividere questo spazio.
Su cosa si basa il concetto di coparenting
È qui che entra in gioco il concetto di coparenting, cioè il modo in cui i genitori coordinano le proprie responsabilità educative. Collaborare non significa essere d’accordo su tutto, né fare ogni cosa insieme. Significa riuscire a gestire le differenze senza trasformarle in una competizione tra due diversi modi di essere genitori. Possono esserci opinioni diverse sul modo di stabilire le regole, affrontare i capricci, organizzare le giornate o semplicemente stare con il bambino. Il punto non è eliminare queste differenze, ma fare in modo che non diventino una fonte di conflitto che finisca per coinvolgere il figlio.
La maggiore presenza paterna può così trasformarsi da semplice redistribuzione dei compiti a una vera condivisione della responsabilità. Se il padre diventa progressivamente autonomo nella cura e nelle decisioni e la madre non deve più necessariamente mantenere il controllo di ogni aspetto della vita del figlio, entrambi possono costruire un proprio rapporto con la genitorialità. La collaborazione, in questo senso, significa riconoscere all’altro lo stesso diritto di partecipare, decidere e trovare il proprio modo di essere genitore.
La nuova paternità porta così con sé una conseguenza importante, poiché cambia anche il rapporto tra i genitori. Il padre non entra semplicemente in uno spazio già organizzato dalla madre, ma contribuisce a definirlo insieme a lei. Ed è proprio questo passaggio, più che la semplice quantità di tempo trascorso con i figli, a rendere più complesso e, allo stesso tempo, più ricco il nuovo equilibrio familiare.
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